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Mangereta

Mangereta

Quattro figli maschi di età diverse sono un bel da fare per una mamma, Assunta, friuliana trapiantata a Roma, soprattutto in tempo di guerra. Ma sono anche una risorsa, magari quando possono occupare un posto o fare la fila dal fruttivendolo e comunque dare una mano nell’economia spicciola della vita di tutti i giorni... Ma certo quando suona l’allarme per un raid aereo, devono scappare al rifugio in viale del Re (oggi viale Trastevere) e non è facile con tutti e quattro, soprattutto se l’ultimo, Franco, è ancora in fasce e va protetto due volte! È come fare l’appello a scuola, controllare che ci siano tutti, che nessuno sfugga al controllo. Povera quella mamma che si ritrova spesso a svenire per quello che combinano questi figli che non hanno il senso del pericolo, che fanno ciò che viene loro in mente, incuranti, come succede, delle conseguenze. Adalberto è il terzo dei quattro maschi, prima di lui ci sono Sergio e Raffaele detto Nello. Il papà, Giuseppe, lavora nell’Ambasciata giapponese e viene trasferito a Belluno e poi a Cortina. In pieno conflitto, lasciano Roma, ma Beppino (come lo chiama Assunta) manda la sua famiglia a Fontanafredda, dai genitori della moglie, piuttosto che portarli dietro in tutti gli spostamenti ed è proprio dai nonni che Adalberto scopre quanto è buona la polenta. Stabilitosi a Cortina, Giuseppe torna a prendere la famiglia per alloggiare, tutti insieme, a Villa Helvetia. Le loro condizioni economiche non sono proprio pessime, anche se in tempo di guerra scarseggia tutto, a cominciare dai generi di prima necessità...

La storia di un grande attore cinematografico relativa al periodo della Seconda guerra mondiale e del dopoguerra. Ci sono situazioni vissute che sono state così di forte impatto emotivo che sono rimaste indelebili nella mente di Adalberto Maria Merli e lui ce le riporta così, a volte usando le stesse sensazioni di quando era bambino, facendole vivere di rimando con grande partecipazione. Altro particolare importante e molto apprezzato è la capacità di descrivere: sono belle le immagini create con le parole, come, ad esempio, quella della macchina che sta raggiungendo Cortina ed è quasi in imbarazzo nel passare e sporcare una strada immacolata di neve. Se nella vita ha passato numerose prove, di vita (anche per le esperienze raccontate in questo romanzo autobiografico) e professionali, è certo che anche la prova scrittura è ampiamente superata, per la sincerità disarmante del “Berto” bambino, altrimenti detto “Mangereta” per il suo sano appetito e la voracità con la quale ha sorpreso anche un ufficiale austriaco e per la capacità di portarci all’interno di situazioni mai vissute, che abbiamo sentito raccontare, ma che, nel caso specifico, ci catturano e ci portano al loro interno, quasi come fossimo lì accanto, spettatori e al tempo stesso protagonisti degli eventi. E al di là degli orrori della guerra, degli spaventi presi, del terrore nel vedersi ormai perduti perché nel mirino di un aereo che bombarda, c’è la preziosa visione innocente di un bambino che non distingue divise e fazioni rivali, ma ha un suo metro di misura, nemmeno troppo sbagliato, che riesce a fargli dire “Quello è buono” di un austriaco appena catturato dai partigiani.