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Manifesto incerto - Con Walter Benjamin, sognatore sprofondato nel paesaggio

Manifesto incerto - Con Walter Benjamin, sognatore sprofondato nel paesaggio

A 10 anni, Frédéric Pajak sogna un libro in cui immagini e parole coesistano, fatto di “scene d’avventura, ricordi sparsi, aforismi, fantasmi, eroi dimenticati, alberi, la furia del mare”. Ma il libro nasce e muore ogni giorno: le frasi e i disegni che Pajak assembla sono ancora un’impalcatura di fumo. A 16 anni entra all’Accademia di Belle Arti, ma i disegni che produce non hanno niente a che fare con il suo libro: li brucia tutti. Il titolo gli balza alla mente in un bar di Roma, durante una pausa dal lavoro come cuccettista sui vagoni letto internazionali: Manifesto incerto. Pajak pubblica una storia breve con lo stesso titolo su un piccolo giornale, ma sente che si tratta di “un abbozzo confuso, un errore di gioventù”. Un giorno decide che cercherà il suo Manifesto in Algeria. Lentamente il libro prende forma: è “lo stato d’animo di un solitario, l’astratta rivalsa di un cuore spezzato, un grido levato contro le ideologie, contro lo spirito dei temi e contro il tempo che passa”. A quarant’anni pubblica il suo primo libro, ma è un insuccesso. Intanto continua a riempire taccuini con citazioni, appunti e glosse, e cartelline con schizzi, bozze e disegni. Prende in prestito un mare di parole e non le restituisce, convinte che “è con lo sguardo degli altri che riusciamo a vedere meglio. Infine, dopo una lunghissima gestazione, il libro prende forma e viene pubblicato: l’obiettivo del suo manifesto è “rievocare la Storia cancellata e la guerra del tempo”, anche se “in maniera disorganica”…

Al lettore italiano il nome di Frédéric Pajak potrebbe non suonare familiare. Nasce in Francia nel 1955 e si ritrova a crescere nell’indigenza della periferia parigina. Sin da piccolo sviluppa in parallelo l’arte della parola e l’arte del disegno, che diventano i veri e propri punti focali della sua esistenza. Nella sua mente scrittura e rappresentazione grafica vivono in eterna simbiosi: il Manifesto incerto, di cui L’Orma editore ha pubblicato il primo volume, ne è il prodotto più raffinato. In molti hanno cercato di trovare una definizione per quest’opera sui generis, che per la sua originalità ha persino vinto i prestigiosi premi Médicis per il saggio nel 2014 e Goncourt per la biografia nel 2019, e si è a lungo parlato di “saggio grafico”. Al di là delle definizioni, per carpire l’essenza del Manifesto occorre guardare non solo alla sua struttura – che alterna tavole a china a squarci autobiografici, frammenti memoriali, inserti saggistici, lacerti narrativi –, ma anche ai suoi referenti primari, il più fulgido dei quali è Walter Benjamin. Sembra quasi che Pajak rinvenga nel celebre filosofo e critico tedesco un alter ego di indubbia pregnanza: dedito al randagismo, squinternato e geniale allo stesso tempo, capace di epifanie folgoranti, maniacale collezionista di citazioni e frammenti testuali, Benjamin è come Pajak un “sognatore sprofondato nel paesaggio” che guarda il mondo con un appassionato distacco. Il Manifesto non è altro che la testimonianza mutevole e imperfetta, ma anche acutissima e disarmante, dello sguardo lucido di un artista che non sa fare altro che che imprigionare la realtà in una tela fatta di parole e disegni.