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Marciavano i Don Ciccilli – Lungo racconto romanzante

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Siamo nel 1922, l’anno della fatidica marcia su Roma. Fascisti e socialisti si contendono la scena politica. Antonio, l’io narrante, ha undici anni ed è primogenito di sei figli. La famiglia non prende apertamente posizione, ma il clima che si respira in paese appare già avvelenato da atteggiamenti di sospetto rivolti gli uni verso gli altri. Papà Michele lavora in ferrovia e le condizioni di vita in casa Camarca sono modeste. Eppure, essi stessi percepiscono nello sguardo dei loro vicini diffidenza e ostilità. Il capofamiglia, benché ne faccia parola solo tra le mura domestiche, avverte il sentore di quale delle due parti politiche avrà la meglio ed è convinto che, comunque andrà a finire, sarebbe meglio trasferirsi a Roma, dove godrebbero di un’atmosfera più favorevole ed avrebbero maggiori opportunità. A differenza di quel che accade in paese, a suo dire, “in una Capitale vincono sempre tutti”. La moglie Amalia sii lascia convincere. Inizia a ricavare da vecchi feltri appartenuti all’ampio parentato maschile dei fez fascisti che i bambini indossano sfilando per casa quasi partecipassero ad una manifestazione fascista. Papà ha le idee chiare anche sullo stratagemma da adottare pur di ottenere il trasferimento che è già stato richiesto da altri settantacinque ferrovieri della provincia. Ma a Roma i Camarca scopriranno che la realtà parla un differente linguaggio: quello di un sogno mancato, di una delusione sofferta e di un risveglio in una società che accatasta un cumulo di macerie morali e sociali…

Da un po’ di tempo nel nostro Paese la curva della memoria ha ricominciato a salire. Eventi storici che avevamo archiviato troppo in fretta sembra che ora chiedano di essere rievocati e valutati in considerazione di ciò che hanno effettivamente rappresentato. Un modesto ma utile contributo al fenomeno può di certo venire anche dal presente racconto romanzato di tale Antonio Camarca da Foggia che, figlio di un funzionario coloniale, decise di opporsi al regime, venne arrestato e rientrò nel 1947 in Italia, dove visse svolgendo i lavori più umili e disparati, tra cui il facchino, il pescatore, il fruttivendolo e il pittore. Questo suo unico libro, che fu pubblicato nel 1970 da Longanesi, viene oggi ristampato dalla Elliot Edizioni. La vicenda della famiglia Camarca ci riporta nell’atmosfera di quegli anni in cui molti italiani, con sprovveduta e sconsiderata fiducia, misero le redini del proprio futuro in mano al regime fascista e pagarono un prezzo assai pesante a causa delle loro malriposte speranze. La narrazione si nutre, dunque, anche di vicende reali che, anziché intralciare la lettura, stimolano l’interesse e servono a dare autenticità all’intrigante resoconto dell’autore. Il linguaggio usato si rivela di forte impatto emotivo, aperto al gergo romano, sostenuto da una vena sarcastica irriverente e scanzonata. Qualità di un libro audace e retrò, che sembra uscito da chissà dove, il cui racconto diviene testimonianza storica e nello stesso tempo conserva la familiarità di un film in otto millimetri ritrovato in soffitta.