Salta al contenuto principale

Marginalia

Marginalia

Edgar Allan Poe ha un vezzo, un capriccio, un’abitudine alla quale non rinuncerebbe per nulla al mondo, quando legge un libro: annotare pensieri o brevi commenti critici a matita sul margine della pagina. E se manca lo spazio, scrive su di un minuscolo foglietto che fissa sulla pagina “con una dose infinitesima di colla adragante”. Quegli appunti sui margini della pagina hanno “uno scopo ben preciso, ovvero quello di non averne alcuno”. Non è critica letteraria, sono pensieri. E in quei marginalia si parla a sé stessi, “dunque (…) con freschezza – audacia – originalità – con abandonnement – senza presunzione” e lo spazio circoscritto obbliga peraltro a una salutare concisione. Ma – si domanda Poe durante un pomeriggio piovoso: e se quegli scarabocchi fossero interessanti da leggere per altri, oltre che per noi stessi? Rispondere affermativamente però comporta la necessità di porsi un’ulteriore domanda, una questione di non facile soluzione: come far vivere i marginalia da soli, senza le pagine nei cui margini sono stati annotati? Privi dei testi a cui sono riferiti, possono conservare un senso? Occorre dunque trovare una nuova formula letteraria, “rielaborare la nota, così da comunicare almeno una parvenza d’idea sull’argomento”, citando testi e titoli se necessario...

Nel 1844 Edgar Allan Poe inaugurava una rubrica per la “Democratic Review” che volle intitolare Marginalia e che raccoglieva sue brevi annotazioni, riflessioni, spunti polemici riferiti soprattutto al panorama letterario. Gradualmente questi interventi – come è possibile constatare leggendo questo bel volume Adelphi – vennero a somigliare sempre più a vere e proprie recensioni librarie piuttosto che a semplici note a margine, e vennero pubblicati anche su altre testate (“Graham’s Magazine”, “Southern Literary Messenger”). Ciononostante, è comprensibile e naturale che tale “normalizzazione” dei marginalia venga trascurata dal lettore e dal critico, portato inevitabilmente a concentrarsi sul fascino dell’intenzione iniziale di Poe. Lo scrittore americano considerava il margine della pagina un terreno di scontro/incontro con l’autore del libro, ma anche con sé stesso. E – in linea con la tesi che i vincoli alimentano il pensiero creativo – affermava che tale spazio limitato favorisse l’agglomerarsi di idee, la coesione dei concetti. Per non parlare dell’implicita (e in un paio di passaggi esplicita) apologia della scrittura a mano, per Poe “una finestra sugli attributi fondamentali del proprio carattere”. Il libro è basato sull’edizione 1984 di Essay and Reviews curata da G.R. Thompson, la più completa disponibile, ma nella dottissima (e un po’ gigionesca) postfazione di Ottavio Fatica si legge: “(…) Sempre nuovi marginalia di Poe spuntano inopinatamente da nuove edizioni o dalle citazioni di qualcuno. Saranno frutto di scoperta o d’invenzione, di distrazione forse – apocrifi, supplementi, interpolazioni, addenda, doni che la letteratura fa a se stessa per autoriproduzione, per fecondazioni occulte, per superfetazione. Risultato: non esiste a tutt’oggi un’edizione che possa dirsi integrale; questa nostra passa per essere la più completa. Ma è da aspettarsi sempre nuove acquisizioni”.