Salta al contenuto principale

Mariam

Mariam

Maggio 1934, Sabratha, Libia coloniale italiana. I piedi, assicurati alle staffe, imprimono un ritmo veloce alla cavalcata, mentre i suoi capelli ricci sventagliano attorno al suo viso. Mariam si sente un tutt’uno con l’animale che sta cavalcando; sente l’odore acre del sudore che arriva dalla groppa del cavallo in movimento, mentre lo spazio circostante è battuto dal vento. In poche ore Mariam ha attraversato mondi e universi interi, tra un luogo e l’altro: i viali alberati di Tripoli, profumati di acacie; le case in miniatura di alcuni villaggi italiani; distese di ulivo e poi mandorli e piantagioni d’agrumi. E ancora montoni e capre intente a pascolare e più oltre la cupola della moschea al centro dell’oasi di Zanzur. Si è trattato di un viaggio coraggioso, e anche un po’ incosciente a dire il vero, ma non c’erano alternative. Oggi Mariam deve essere esattamente nel luogo in cui si trova. Il mare che si affaccia all’improvviso dinanzi a lei è un’esplosione azzurra che la abbaglia. Poi una sagoma in volo, troppo grande per essere un airone e anche piuttosto rumorosa, si avvicina. La ragazza si scherma gli occhi con una mano e mette a fuoco l’immagine. Si tratta di un aereo che dapprima si staglia contro il sole, poi si abbassa di quota, come a scendere in picchiata. Infine cabra e si muove in volo sull’intera città. Mariam non ha dubbi: lei sa perfettamente chi sia alla guida di quell’aereo. Si tratta dell’uomo più potente e più noto dell’intera Cirenaica e Tripolitania. La giovane segue il volo fino alla linea dell’orizzonte, dove il velivolo sparisce e lascia spazio al vuoto e al silenzio. Restano solo il rumore del vento e gli zoccoli del cavallo al galoppo che sollevano sbuffi di sabbia. La meta ormai è vicina. Mariam si riscuote. Con le briglie impartisce un comando al cavallo, che rallenta la sua andatura e imbocca il viale alberato che porta alle antiche rovine. La giovane scende a terra con un balzo, che le ricorda la ferita sulla coscia. La pelle nuda rivela incisioni profonde, sulle quali tuttavia Mariam non ha il tempo d’indugiare. È troppo rischioso...

Un periodo storico poco raccontato – quello legato al colonialismo italiano in terra libica, la cosiddetta quarta sponda – diventa punto di partenza per una vicenda che unisce fatti storici documentati all’immaginazione dell’autrice e dà vita a una storia struggente, profonda e bellissima. Antonella Sbuelz riesce a combinare magistralmente documentazione storica – lo studio e l’accuratezza con cui le fonti sono state analizzate e riportate è evidente in ogni pagina – e capacità narrativa e immaginativa, dando vita a personaggi che bucano la pagina e si insinuano nell’immaginario del lettore. Tra tutti spicca Mariam, figlia di un italiano e una ebrea tripolina, che vive un’esistenza tutto sommato serena, insieme al fratello Samuel, fino alla morte improvvisa del genitore. La vita, che ha sparigliato le carte, imprime una diversa svolta al suo futuro, che la vede, diciassettenne, costretta a mettersi a servizio della famiglia di un ingegnere rimasto vedovo, in qualità di bambinaia dei due figli. Tra Mariam e l’ingegnere nasce l’amore, che li condurrà al matrimonio e alla nascita di altri due figli. Anche Samuel, nel frattempo, ha preso moglie, la giovane Jole, che fa parte dell’enorme numero di italiani poveri arrivati in Libia sull’onda di un processo di emigrazione forzata. Le vicende di Mariam e il marito Livio, di Samuel e Jole, del governatore di Libia Italo Balbo, sempre più insofferente verso i comandi del regime fascista, degli emigrati in terra africana e dei figli degli emigrati inviati forzatamente a soggiornare sul “suolo natio” sono al centro di una storia in cui, specie attraverso la figura della protagonista principale, l’autrice parla di coraggio, determinazione, sacrificio, integrazione. E lo fa con un garbo degno di nota, delineando la personalità e il profilo psicologico di figure davvero interessanti e tridimensionali. Sbuelz racconta la sofferenza di chi fatica a trovare il proprio ruolo e la propria casa, l’umiliazione di dover sottostare a regole ingiuste, il coraggio di coltivare la speranza, nonostante le indicibili privazioni e ingiustizie cui si finisce per essere vittime. Una lettura che indigna e commuove; una storia che merita di essere conosciuta e un periodo storico da approfondire e di cui mantenere viva la memoria.