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Marianna Sirca

Marianna Sirca

Dopo aver assistito per due anni un suo ricco zio prete affetto da paralisi, Marianna ne ha ereditato il patrimonio. Provata dalla fatica della lunga assistenza, la ragazza si reca nella sua nuova proprietà a Serra di Nuoro, su consiglio del medico e per volontà del padre Berte Sirca. “Marianna”, la implora Berte, “dà retta a chi ti vuol bene. Obbedisci”. E lei, come sempre, obbedisce. Il viaggio avviene in silenzio. Giunti a destinazione, nella casa colonica situata tra il territorio di Nuoro e quello di Orune, fin dal primo giorno la giovane donna si trasforma: il viso pallido riprende un colore ambrato, il corpo curvo si raddrizza, gli occhi castani riacquistano luminosità, riflettendo la luce verde del bosco. È ormai giugno. Sola e tranquilla, Marianna contempla il tramonto seduta davanti alla piccola costruzione in pietra grezza. Riflette sulla sua vita con piena consapevolezza: “[...] tutta contenta di essere sola, padrona di tutto, ma nascosta a tutto: e le pareva di essere come il nocciolo dentro il frutto, come l’uccellino dentro l’uovo”. È cresciuta come una serva mascherata da ragazza nobile, destinata apparentemente a un ricco matrimonio ma in realtà sottomessa a tutti. A trent’anni, Marianna non ha mai conosciuto l’amore. La sera del terzo giorno giungono alla casa due visitatori: il cugino Sebastiano, vedovo in lutto che rappresenta alcuni mercanti ozieresi interessati al sughero del bosco, e Simone Sole, un giovane bandito che anni prima era stato servo in casa di Marianna. La giovane riconosce immediatamente Simone nonostante gli anni trascorsi. Il sorriso luminoso, gli occhi che sembrano turchini, la figura alta e prestante. Tra loro nasce un’intesa immediata e travolgente…

Pubblicato per la prima volta a puntate nel 1915 sulle pagine de “La Lettura” del “Corriere della Sera”, Marianna Sirca rappresenta uno dei vertici creativi di Grazia Deledda, il primo tassello di una trilogia assieme a L’incendio nell’oliveto e La madre. Il romanzo, che precede di undici anni il Nobel per la Letteratura del 1926, narra dell’amore tra Marianna Sirca, giovane donna di modeste origini divenuta proprietaria terriera, e Simone Sole, bandito ribelle ai margini della società. La caratterizzazione dei protagonisti trascende il mero melodramma sentimentale: i personaggi agiscono in piena coscienza delle proprie scelte, sfuggendo al determinismo canonico del verismo classico. A tal proposito uno degli elementi più innovativi introdotti dal romanzo è, senza dubbio, la rappresentazione di Marianna. Non donna sottomessa, bensì figura che rivendica la propria autonomia, che sceglie di essere padrona del proprio destino. Una figura conflittuale, complessa, la cui storia tuttavia non può che incontrare un tragico epilogo nella sconfitta della volontà individuale, nell’impossibilità di conciliare amore e dovere sociale, passione e rispettabilità. Un pessimismo, quello qui rappresentato dalla penna sapiente di Grazia Deledda, cui fa da sfondo il paesaggio sardo, che anche in questo romanzo diventa più che mai elemento costitutivo della narrazione, incarnando quella dimensione primitiva e selvaggia che caratterizza l’intera produzione deleddiana – l’autrice si dimostra anche in questo caso, come d’altronde non mancò di osservare l’Accademia Svedese nella motivazione del Nobel a lei conferito, eccellente nel dipingere la vita della sua isola natale con “chiarezza plastica” e nel trattare con profondità e compassione le questioni umane. Marianna Sirca è un’opera che unisce l’urgenza della passione individuale alla lucida analisi della condizione umana e dei conflitti tra individuo e società, una storia che arde di passioni sul palcoscenico di una terra ruvida e dai forti contrasti. Il romanzo è stato ripreso nel 1952 dal regista Aldo Vergano, che ne ha realizzato una libera riduzione nel suo film Amore rosso - Marianna Sirca, con Marina Berti e Massimo Serato nei panni dei protagonisti Marianna e Simone.