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Max e Flora

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Primi del Novecento. Max e Flora sono a Varsavia, hanno preso alloggio all’Hotel Bristol, nella camera migliore. Lei ancora dorme mentre lui è sveglio da ore, tanti sono i pensieri che non gli permettono di riposare. La stanza non ha il bagno e bisogna chiamare un cameriere per farsi preparare la vasca, ma è ancora presto e Flora non deve essere disturbata, quindi rinuncia. Apre la finestra senza fare rumore e dal quarto piano guarda fuori. La città è ai suoi piedi e, al di là della Vistola, sta sorgendo il sole. Inspira profondamente, l’aria sa di foglie, di erba, di birra e mostarda. Nessuno avrebbe mai immaginato che lui, Max Shpindler, Mottele il Bastardo, sarebbe diventato ricco, che avrebbe posseduto immobili e negozi a Buenos Aires, che avrebbe sposato la bella Flora, l’ex attrice. Ha ottenuto tutto questo perché usa il cervello e chi lo ha deriso ora è in galera o muore di fame. Avrebbe voglia di scendere a fare due passi, ma se Flora si svegliasse si innervosirebbe non trovandolo lì. È legata a lui da un amore difficile da capire per gli altri. Gode dei successi di Max, è appassionata e non si scandalizza per le giovani che lui travia. Non ha studiato, non sa leggere né scrivere, ma ha orecchio per le lingue. Ricorda ancora un po’ di polacco, ha imparato da sola lo spagnolo, a Londra se l’è cavata con le poche parole di inglese orecchiate in giro e a Berlino con una sorta di yiddish germanizzato. Ha un cervello fino, è astuta come una volpe e legge la mente del suo uomo come un libro aperto. Nella sala della colazione tutto è perfetto, Max e Flora si accomodano e ordinano parlando yiddish. Sentendoli gli altri clienti si girano, guardandoli di traverso. Sono ricchi, magari russi zaristi e li giudicano come poveracci che arrivano dal quartiere ebraico. Flora se ne accorge e inizia subito a parlare in spagnolo, ma Max se ne ha a male. Lui non conosce che lo yiddish e poi loro non devono dimostrare niente a quella gente, sono qui per affari. In via Krochmalna 11, nel cuore pulsante del ghetto della città, abitano in un nuovo edificio che dà sulla piazza i loro vecchi amici Meir Panna Acida e Leah Lingualunga. Mentre le donne parlano di gioielli, gli uomini si dedicano agli affari. Max a Buenos Aires ha una fabbrica di borsette che necessita di ragazze pronte a lavorare lì. Carne fresca le chiama, ma Max mente sul reale mestiere che spetta loro alla fine del viaggio. La fabbrica, infatti, è un’ottima copertura per un bordello. Se, più tardi, quelle ragazze si allontanano dalla retta via, per finire da Berta a guadagnare di più, non è colpa di nessuno. Dopo tutto, l’Argentina è un paese libero!

Il romanzo Max e Flora di Isaac Bashevis Singer, premio Nobel 1978, era apparso a puntate nel 1972 sul quotidiano yiddish newyorkese “Forverts”, fondato come quotidiano socialista yiddish nel 1897, era il giornale degli emigrati e svolse una azione culturale immensa per le masse che arrivavano dall’Europa orientale. Sulla copertina del volume Adelphi il dipinto Scena di strada davanti ad un negozio di parrucchiere di Ernst Ludwig Kirchner (1926) anticipa le atmosfere della Varsavia raccontata da Singer. Il romanzo è ambientato nel mondo yiddish fra Polonia e Argentina a inizio ’900. Una gangster novel, filone già esplorato da Singer e destinato ad avere la sua piena celebrazione al cinema, con il monumentale C’era una volta in America di Sergio Leone. La malavita alla quale Max appartiene, infatti, è quella dei faccendieri ebraici, solo che questa volta non siamo nel Bronx di un secolo fa, ma nella Varsavia del primissimo Novecento, con l’Impero russo ancora intatto, ma già minato dalle tensioni che sfoceranno nella rivoluzione bolscevica. Il titolo in italiano richiama i protagonisti del romanzo, in realtà il titolo originale in yiddish è Di Gest, mentre in inglese The Visitors. Gli ospiti, i visitatori, ma fino ad un certo punto, perché loro non visitano, anzi fanno ritorno alle loro radici, quelle del ghetto di Varsavia. In realtà Max e Flora sono ebrei che hanno fatto fortuna e Buenos Aires, lì hanno due attività: quella ufficiale come produttori di borsette per signora, quella ufficiosa come gestori di un bordello. I temi del romanzo sono quelli cari a Singer: la paura della noia che affligge tutti gli esseri umani e il bisogno di nutrire un eros famelico, perennemente insoddisfatto. La letteratura di Singer costituisce la principale reliquia di quella Varsavia brulicante di vita ebraica, cancellata dalla Shoah. Sono luoghi che appartengono solo alla memoria poetica e all’infanzia dell’autore, che li fa rivivere per i lettori. Max e Flora inseguono la fortuna, sognano una felicità tranquilla e lo fanno disperatamente non risparmiandosi colpi bassi e tradimenti. Le donne «sono state create per servire gli uomini, di giorno e di notte», dirà Max al suo amico Meir. I pantaloni, però, non faranno di loro degli uomini. Le figure femminili del romanzo, oltre Flora, sono caratterialmente diverse. Leah Lingualunga, la moglie di Meir, al dentro degli affari illeciti del marito e verso la quale Max nutre un sentimento contraddittorio che non è ancora amore e non è più solo desiderio. La giovane, bellissima e innocente Rashka scuote nel profondo il sentire di Max. La vuole per lui, sognando di rifarsi una vita che lo liberi dalle inquietudini e dal perenne oscillare fra compiacimento e autocommiserazione e che lo riappacifichi con il Dio dei padri e la tradizione. Gli anarchici hanno un ruolo importante nel romanzo e nella vita di Max. Mai avvezzo alla politica qui si lascia coinvolgere, dalla militante Ida, nei confronti della quale Max prova sentimenti di complicità, curiosità e infine repulsione. Max e Flora è un racconto crudo e moderno, senza infingimenti moralistici. È un affresco di tanti personaggi che si fondono e si confondono, tipico della narrativa di Singer. La sua scrittura afferra fino alla fine e non molla il lettore. La peculiarità di Singer è di scrivere in yiddish, la sua vera radice e poi lui stesso traduce in inglese. La scelta di Adelphi di affidare le ultime traduzioni dei suoi romanzi alla cura di Elisabetta Zevi, ebraista con grandi capacità e conoscenza anche dello yiddish, è una garanzia per il lettore.