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Melancholia I-II

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È un tardo pomeriggio del 1853 e Lars Hertervig è sdraiato sul letto, guarda il niente. Lars dovrebbe recarsi all’atelier, nella soffitta in cui dipingono sempre, dovrebbe recarsi lì in quanto è il gran giorno, è il giorno in cui Hans Gude, il grande Hans Gude, verrà per vedere proprio il quadro di Lars. Gude guarderà insomma il suo quadro e deciderà se Lars sappia disegnare oppure no, darà il proprio insindacabile giudizio, Hans Gude, e a quel punto Lars, quando Hans gli dirà Sì, oppure quando Hans gli dirà No, solo a quel punto Lars saprà se è davvero in grado di dipingere. Solo che Lars non ha una alcuna voglia ora di andare lì, all’atelier, e con il suo abito color malva se ne sta quindi sul letto, se ne sta ad aspettare, guarda il soffitto e ha deciso di non andare, anche perché lo zio di Helene ha detto che lui, ha detto che Lars dovrà lasciare quella stanza per sempre, lo zio di Helene ha detto a Helene di dire a Lars che Lars se ne deve andare, e perciò, se ora Lars se ne andasse per davvero, probabilmente poi non potrebbe mai più rientrare in quella stanza, e Lars ama quella stanza. E Lars, ancor più di quella stanza, ama Helene, anche se Helene gli ha detto che deve andarsene, ma è stato suo zio a ordinarle ciò, è stato lo zio di Helene a dire a Helene che Lars deve andarsene immediatamente, o almeno questo è ciò che dice Helene, Helene in effetti potrebbe aver mentito, potrebbe aver detto questo perché in realtà vuole rimanere sola con lo zio, perché Lars lo sa, Helene fa le cose sporche con lo zio, Lars lo sospetta, non li ha visti, ma lo sa…

Jon Fosse, come noto ormai a chiunque non sia vissuto su Marte nell’ultimo anno, è il vincitore del Premio Nobel per la letteratura del 2023, e questo è uno dei suoi romanzi più celebri. Partendo dalla vicenda reale di Lars Hertervig, pittore norvegese precipitato lentamente nella voragine della malattia mentale, Fosse imbastisce un’opera molto interessante (e molto bella) in cui, soprattutto nella prima parte, ci si ritrova proiettati nelle contorsioni mentali del protagonista. Il lettore, in questo modo, si trova a confrontarsi con quello che all’inizio sembra essere solo un ridondante e contorto flusso di parole, più che un flusso di coscienza, e in cui però intuisce anche che vi sono alcune stranezze; più la lettura prosegue, infatti, più diviene evidente che Hertervig è ormai una sorta di inarrestabile turbine, incapace di fermare i propri pensieri o di avere rapporti sociali normali. Nella conclusione della prima parte, poi, si balza all’improvviso su Vidme, uno scrittore d’invenzione, in cui però è facile riconoscere lo stesso Fosse, deciso a scrivere appunto un romanzo su Hertervig. Nella seconda parte del libro si fa invece l’incontro con Oline, sorella fittizia di Lars, inventata dall’autore per narrare la vita del suo protagonista quando viveva presso la famiglia e stava cominciando a perdere il senno. Ciò che caratterizza l’opera però, al di là della trama, è senza dubbio lo stile: all’apparenza complesso, caratterizzato da ripetizioni continue e serrate, ma anche da improvvisi movimenti poetici, ci mostra dall’interno la discesa inesorabile nel baratro della follia. Come hanno ben detto durante l’assegnazione del Nobel, Fosse ha meritato il premio “per le sue opere innovative teatrali e in prosa che danno voce all’indicibile”.