Salta al contenuto principale

Melma rosa

Melma rosa

Da tempo il porto della città è completamente invaso da una fastidiosa nebbia che impedisce di scorgere il mare, ma anche le stesse case che si affacciano sulla piccola baia riparata: tutto è avvolto nel nulla, nel mistero di un’atmosfera surreale. La città si sta spopolando, anche perché la costa, la spiaggia, l’acqua, la piccola baia sono completamente ricoperte da una strana melma rosa, dal puzzo inconfondibile. Anche i pesci sono tutti morti. Chi può cerca riparo in campagna, nell’entroterra, al sicuro, lontano da quella misteriosa pestilenza che sta decimando la popolazione. In città restano soltanto i poveri e chi ha qualcuno in ospedale da accudire. È il caso di una giovane donna, impegnata a mettere da parte i soldi per andare via, ma nel frattempo impegnata ad accudire Mauro, un ragazzino che ha una fame maniacale e patologica che lo porta a divorare di tutto e di più, la vecchia madre, riparata nel quartiere semideserto di Los Pozos, e l’ex marito Max, ricoverato in stato critico in ospedale. Quando non è impegnata a distrarre Mauro dalla sua fame, la giovane donna corre da una parte all’altra della città, spesso in ospedale, incrociando di volta in volta strani personaggi che si aggirano nella città spettrale asfissiata da questa nuova misteriosa peste. Non è tanto convinta di voler andare via, perché anche se tutto sta finendo intorno a lei, è proprio lì che c’è tutto il suo mondo: Max dal quale comunque non riesce a separarsi, nonostante la loro storia sia arrivata da tempo al capolinea, e Mauro che senza di lei finirebbe affogato dal cibo che ingerisce. In effetti nella cassaforte, vicino a tutta una serie di scatole e scatolette di cibo custodito in previsione di giorni più tristi, i soldi ci sono, ma non è il momento di lasciare, di abbandonare...

Quando è uscito in stampa Melma rosa (Mugra rosa, 2020), né Fernanda Trías né il mondo intero avevano ancora vissuto la psicosi collettiva della tragedia della pandemia da Covid-19 che è invece ben anticipata nel romanzo: in un contesto quasi apocalittico dominato da un male nuovo e oscuro, vince il timore, la paura, il mistero, l’indifferenza, la rabbia, l’idea del complotto, l’improvvisazione di fronte ad un nemico invisibile a cui si fatica a dare un nome ed una forma. Il romanzo di Fernanda Trías riesce però a trattare con leggerezza ed un’opaca ironia temi profondi che scaturiscono dalle riflessioni di una donna sola, divisa fra il passato da ricomporre ed un presente incerto, ma non insoddisfacente. Ecco, non vince l’abbandono alla lamentela, o la rassegnazione alla sofferenza o alla recriminazione, piuttosto si legge sempre una costante inadeguatezza ad un contesto sociale disgregato: le escursioni nel passato servono a restituire un senso ai tanti frammenti che si affollano in un presente, personale e collettivo, amaramente desolante. La lettura degli assi temporali di sviluppo della storia non indulge neppure sulla speranza di un futuro migliore. Tutto si annulla nella lettura passionale e al tempo stesso pragmatica della realtà, intessuta prima ancora di affetti. Infine una nota sulla struttura del testo, che ne arricchisce la fruibilità e ne completano anche l’impostazione poetico-filosofica: i capitoli, brevi e quasi tematici, come piccole narrazioni quasi indipendenti, sono intervallati e preceduti da brevi dialoghi poetici fra personaggi senza nome, in cui non fatichiamo a riconoscere la voce della protagonista e di Max, che ne anticipano pensieri e considerazioni poi sviluppati nel resto del capitolo. Questo espediente strutturale, di una narrazione fatta di continui richiami, rende la lettura molto più coinvolgente e riflessiva.

LEGGI L’INTERVISTA A FERNANDA TRÍAS