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Memnoch il diavolo

Memnoch il diavolo. Le cronache dei vampiri

New York, anni Novanta. Nel ristorante di un lussuoso albergo proprio di fronte alla cattedrale di San Patrizio entra quello che sembra in tutto e per tutto un giovane uomo: alto, corporatura robusta, capelli e occhi castano scuro. Si chiama David, ma non è affatto un essere umano: è un vampiro e sta cercando colui che lo ha reso tale. Ovvero Lestat, anch’egli un vampiro da più di due secoli, eppure all’apparenza un giovane atletico con l’aria da dandy, fasciato in un completo blu scuro firmato Brooks Brothers. David ha “lo stesso odore dell’inverno inoltrato che regna fuori, dove la gente scivola sulle strade ghiacciate e la neve si è trasformata in poltiglia nei canaletti di scolo”. Un pianoforte suona un brano di Erik Satie, i vampiri dopo essersi salutati calorosamente ordinano due punch caldi: naturalmente non hanno alcuna intenzione di berli, ma a loro piace moltissimo annusarne il profumo. Lestat ha chiesto a David di incontrarsi proprio in quel ristorante non perché gli piaccia particolarmente, ma perché è lì che l’uomo che sta braccando da mesi ha deciso di invitare a cena sua figlia, e quella è la sera che Lestat ha scelto per ucciderlo. L’uomo è “una vittima piacevole da seguire: appariscente, avido, talvolta buono e sempre divertente”: stava per nutrirsene la prima volta che l’ha visto, poi ha rimandato il momento ancora e ancora, fino a questa sera. Lestat ne è letteralmente ossessionato, vuole berne il sangue ma al tempo stesso esita, non sa perché. È un trafficante di droga eccentrico e brillante, un collezionista d’arte religiosa, “adora far sparare alla gente; adora guadagnare svariati milioni alla settimana grazie allo smercio di cocaina (…) ed eroina. E poi adora sua figlia. E lei, lei ha una chiesa di evangelizzazione televisiva”. Ma c’è un’altra cosa. Mentre Lestat in questi mesi dava la caccia a Roger, ha avvertito una presenza. Sembra incredibile, ma c’è qualcuno che sta dando la caccia a lui. Non è né un umano né un vampiro né un fantasma, è qualcosa di molto più potente e inquietante. Lestat – esita anche a rivelarlo a David perché teme che lui lo giudichi folle – è convinto che sia un demone, anzi il demone per eccellenza, il Diavolo…

Il quinto romanzo della serie delle Cronache dei Vampiri, datato 1995, è decisamente diverso dai precedenti e probabilmente troppo ambizioso. Il personaggio che ha reso celebre la compianta Anne Rice in tutto il mondo – Lestat, diventato un vampiro nel 1789, alto più di un metro e ottanta, look da rockstar – stavolta è alle prese addirittura con l’eterno conflitto da Dio e il Diavolo, con tutti e due che cercano di arruolarlo (?) per cambiare le sorti dello scontro. Chi tra i due è realmente dalla parte del genere umano, ammesso che per un vampiro questo sia dirimente? Per convincerlo delle loro buone intenzioni entrambi “corteggeranno” Lestat, parlandogli e facendogli visitare i rispettivi reami ultraterreni. Questo spunto narrativo francamente velleitario si affianca a una sottotrama in partenza promettente e più canonica per il genere – il vampiro si “innamora” di una sua vittima, fascinoso trafficante di droga senza scrupoli che però è anche un devoto collezionista di opere d’arte religiose e reliquie, e per giunta ha una figlia predicatrice televisiva, ma bella come una attrice – che però perde ogni credibilità già dopo poche pagine, quando il fantasma del trafficante appena smembrato da Lestat si siede accanto a lui al bar (!) per raccomandargli la figlia (?). Se si somma a tutto questo una straripante verbosità (il romanzo è zeppo di dialoghi che sono in realtà “spiegoni” ipertrofici) si può assai ragionevolmente decretare che Memnoch il diavolo è il capitolo meno riuscito di una saga per altri versi memorabile.