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Memorie di Gerusalemme

Memorie di Gerusalemme

“Non eravamo diversi dal resto del mondo, ma diverso è stato il nostro destino.” Così si apre nella memoria, individuale e collettiva come tutte le grandi storie, la finestra sulla vita di Sirin Hussein Hadid, nata a Gerusalemme nel 1920. Nata in anni che covavano in sé i semi dei disastri a venire: da poco Balfour aveva firmato la sua dichiarazione, le ondate di immigrazione ebraica continuavano a colpire le coste palestinesi e fiumane di rifugiati armeni dispersi dopo il genocidio cercavano rifugio nelle città della Palestina. “L’immagine dei quella marea umana che percorreva la strada per Gerusalemme…” sarà premonitrice del destino dei circa 800.000 palestinesi che nel 1948, in seguito alla Naqba e alla pulizia etnica, lasceranno le loro terre. “Ho scoperto che i ricordi più felici sono di luoghi e non di persone”, specialmente se quei luoghi sono perduti e per lungo tempo inaccessibili; la memoria li addobba nelle fogge della felicità perduta: “per me era sempre primavera a Gerusalemme”. Sirin salta da un angolo all’altro della memoria, componendo un puzzle aneddotico che pian piano costruisce un quadro sia biografico che storico. Sirin cresce e matura negli anni ’30, un’epoca in cui la Palestina era in piena ebollizione, in una famiglia benestante e politicamente di spicco. Il nonno sindaco di Gerusalemme, il padre responsabile di partito e membro della delegazione che parteciperà alla conferenza di Londra ’del 39 - poi arrestato dagli inglesi e inviato in Rhodesia -, lo zio di terzo grado niente meno che il Gran Mufti di Gerusalemme. La Palestina ribolle fino alla metà degli anni ’30. Dopo lo sciopero dei sei mesi del ’36 contro l’immigrazione ebraica, la dichiarazione Balfour e l’occupazione britannica e, soprattutto dopo la repressione inglese, la classe dirigente palestinese sarà dispersa, sfinita e indebolita. Incapace di opporsi alla violenta ondata che si sta per abbattere su quella terra. Così anche la famiglia di Sirin, che lascia Gerusalemme, d’ora in poi soltanto luogo di memoria, per andare in esilio a Beirut…

“Ci sarebbero voluti parecchi decenni per renderci conto che avevamo oltrepassato la frontiera tra la vita a casa nostra, a Gerusalemme, e l’esilio.” Eppure le buone sostanze economiche e la buona educazione predispongono per Sirin una vita “calda”, stimolante e soddisfacente in Libano. Studi, amori e interessi riempiono le sue giornate. Ma negli interstizi si fa strada una lacerazione, il richiamo sofferente della terra lasciata indietro. “I tragici avvenimenti della Palestina mi angosciavano. Come potevo andarmene al cinema mentre nel mio paese la gente si faceva ammazzare?” Tuttavia nemmeno il Libano, sotto mandato francese, può lasciare tranquilli i palestinesi. La ricerca di un terreno in cui mettere radici passa per varie tappe e in ciascuna di esse si perde un pezzo, il legame con le origini si sbrindella. A Baghdad muore la nonna di Sirin: “Era la prima a morire e a essere sepolta lontano dal nostro paese”. Solo molti anni dopo, in seguito all’ulteriore lacerazione della guerra del 1967, Sirin potrà tornare a vedere i luoghi della sua infanzia. Ritorna a Gerico e a Gerusalemme nel 1972 ma quasi tutto è cambiato: “L’occupazione non si avvertiva in modo eccessivo., a Gerico. […] A Gerusalemme le cose erano molto diverse. Dopo il 1967 gli israeliani avevano occupato l’intera città.” Non è letteratura quella di Shahid, ma memorialistica. I tasselli del passato, separati da dissolvenze fra un capitolo e l’altro, compongono l’immagine (come dice la preziosa Prefazione di Edward Said) di una vita individuale che emerge dal passato con semplicità, mentre intorno a lei si delinea una grande storia collettiva. Sono molti gli uomini presenti in questo libro: il nonno, il padre, lo zio, i fratelli; tutti però in qualche modo sconfitti dalla storia collettiva. È invece un filo femminile a tenere in piedi una speranza che affonda le radici nell’acqua della memoria. Si dipana lungo le pagine del libro il confronto fra tre generazioni di donne: la nonna di Sirin con la sua salda e indiscussa appartenenza a Gerusalemme, un’identità mai messa in questione; la madre, sui cui anni della maturità si abbatte violenta la slavina della storia e infine lei, costretta a trovare un luogo in cui ricreare una casa, coltivando però l’abitudine costante a compiere sortite nostalgiche nella terra perduta del ricordo.