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Memorie di un brontosauro

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Un vecchio seduto su una panchina e un “curioso” che gli si siede accanto, attratto forse dalla bellezza della vecchiaia o forse dalla voglia di non stare solo sulla riva di un lago, dove specialmente in autunno o in inverno la malinconia e la solitudine si possono far sentire molto più di quanto si pensi. Quel vecchio con indosso un gilet da pescatore che apparentemente contiene di tutto ogni tanto richiama il suo cane che annusa gli scogli. L’uomo ha gli occhi vispi di chi ama la vita e la compagnia, così i due cominciano a chiacchierare, o meglio, è Sauro Manchia (all’anagrafe Alberto) che comincia a raccontare, l’altro ascolta affascinato. Il vecchio è nato nel 1931, di vita da dire ne ha tanta. È figlio di una coppia illegale, il padre Alberto era stato sposato per poco prima di incontrare la donna che gli avrebbe dato cinque figli e passato con lui tutta la vita. Sauro nasce nella bottega di restauro di strumenti musicali del padre, in via Margutta, presso il Circolo degli artisti. Una vita segnata nello stesso momento in cui è venuto al mondo, quando nacque il padre era in fin di vita, ragion per cui decisero di dargli appunto il suo nome, se non ché Alberto padre si riprese e l’omonimia rimase, ma in onore di Nazario Sauro, quello restò il nome con cui tutti lo avrebbero chiamato. Intorno ai dodici anni, il ragazzino comincia a lavorare, non solo a bottega dal padre per imparare il mestiere, ma facendo il garzone per i tanti commercianti della zona, facendo consegne nelle case dei ricchi…

Un’occasione mancata. Mi sento in tutta onestà di poter definire così questa biografia che poteva essere trasformata nel romanzo di una vita. La prefazione di Leo Osslan lascia immaginare una serie di avventure degne della penna di Salgari, immagine che si trasforma da subito in un’illusione, non perché quello che ha attraversato fatto e subito Sauro non sia degno di nota, tutt’altro. Ha ricevuto in regalo un carrarmatino da Mussolini in persona (senza avere idea di chi fosse, ovviamente), ha preparato da mangiare del daino per Agnelli (da una barca all’altra), ha conosciuto artisti con la A maiuscola, recuperato un relitto in Africa, messo in piedi imprese (commerciali e non) con alterne fortune, girato il mondo, abbandonato un amico su una spiaggia per giorni perché preso da una ragazza se ne è dimenticato. Insomma c’era, c’è davvero materiale per ricavarne un gran bel libro. L’autore forse per la sua ecletticità - è scrittore satirico, fotografo, grafico e artista concettuale - non è riuscito però a rendere appassionante una storia che di suo lo sarebbe eccome. Episodi interessanti lasciati a metà, tipo che fine ha fatto la prima moglie di Alberto? Una certa superficialità diffusa, qualche ironia che lascia il tempo che trova - per fare un esempio, nelle note che abbondano alla fine di ogni capitolo Benito Mussolini è indicato come nonno di Alessandra, opinionista televisiva. E poi continui salti temporali che costringono il lettore a raccapezzarsi ogni due frasi mancando completamente di continuità narrativa: in una pagina troviamo Sauro tredicenne e due pagine dopo trentenne per poi tornare a quando era un ragazzino imberbe. Infine, episodi storici – tipo via Rasella – in cui comunque la famiglia è stata coinvolta in qualche modo, liquidati in poche parole o “pillole” buttate là, come quando racconta che ad un certo punto (non è chiaro in che periodo ci si trovi) i trasteverini erano temutissimi da chiunque dovesse passare nel loro quartiere, pare che pretendessero di toccare il naso del passante che se accettava era una carogna, se rifiutava veniva picchiato. Io mi sto ancora chiedendo il perché di questa strana abitudine: e se a chi non era carogna toccavano le botte, agli altri che succedeva? Contraddizioni nelle descrizioni, vie e strade che oggi indicano il cuore della città per chiunque (via Condotti via del Babuino via del Corso) dipinte come luoghi squallidissimi e pieni di immondizia, salvo alla riga successiva sostenere che Roma era splendida. Un vero peccato ripeto, perché la memoria del brontoSauro probabilmente meritava di essere raccontata in tutt’altro modo, non fosse altro che per il fatto di aver attraversato un periodo così lungo ed essere ancora vivo e vitale come un ragazzino.