Salta al contenuto principale

Memorie di un pazzo

Memorie di un pazzo

Un impiegato annota in un diario le sue giornate, descrivendo con dovizia di particolari i piccoli eventi della sua giornata e le sue sensazioni. Rivela che le persone intorno a lui lo trattano in maniera strana, come se fosse lui ad avere qualcosa che non va, come se fosse proprio Popriščin ad avere sempre una strana forma di confusione mentale. Eppure lui sembra il più lucido di tutti: vede chiaramente ogni suo collega funzionario per quello che è, dal tesoriere che non ti dà mai nulla ma è sempre pronto a toglierti tutto fino al collega che di sicuro non sta andando al dipartimento, ma insegue i piedini di qualche bella donna. Eppure anche Popriščin non è immune al fascino di una ragazza, “Sua Eccellenzina”, come la chiama lui e per una coincidenza si trova in prossimità della sua carrozza proprio nel momento in cui la ragazza scende per andare in un negozio, accompagnata dalla sua cagnetta Maggie. In quel momento la percezione di Popriščin deraglia rapidamente: mentre “Sua Eccellenzina” discorre con due conoscenti, Maggie parla con un’altra cagnolina e menziona un rapporto epistolare fra i due canidi. Stupito, il piccolo funzionario decide di seguire la cagnetta per scoprire qualcosa di più…

Nikolaj Gogol’ è stato tra i primi maestri della letteratura mondiale a esplorare il mondo dei piccoli impiegati. Lo stesso Gogol’ è ha fatto parte dell’immensa struttura amministrativa della Russia degli zar e ha sperimentato in prima persona l’assurdità e la spersonalizzazione di quella gerarchia militare creata da Pietro I. Per meglio raccontare quel mondo, molto spesso Gogol’ inserisce elementi fantastici, quasi l’unico modo in cui l’uomo comune può rivoltarsi contro una realtà opprimente e banale. Di solito si dice che tutta la letteratura russa è uscita in qualche modo da Il cappotto di Gogol’, uno dei suoi racconti più famosi, e verrebbe da dire che anche Fantozzi di Paolo Villaggio in qualche modo sia uscito da quella mantella pietroburghese (peraltro adattata in un film del 1953 da Alberto Lattuada). Nel caso di Memorie di un pazzo siamo in un ambito molto particolare e cioè nel campo della sperimentazione linguistica. Trattandosi di un diario, chi racconta è lo stesso protagonista dal proprio punto di vista, in uno stile libero e non letterario che in russo viene chiamato skaz, per rendere uno stile più affine al parlato quotidiano. Il risultato è molto simile in una specie di flusso di pensiero ante litteram, in cui lo scritto si dipana secondo la realtà percepita da Popriščin in modo distorto e anomalo. Di fronte allo sfaldarsi della realtà di Popriščin anche la forma del diario si destruttura e persino l’ordine delle date diventa non consequenziale, fino ad arrivare a un enigmatico “86 marzottobre Fra giorno e notte”. A rendere particolarmente degna di nota questa edizione è il lavoro di cura filologico da parte di Serena Vitale. Inizia con un’introduzione breve e allo stesso tempo fulminante, prosegue con un accurato lavoro di note e conclude con alcune appendici, piccoli frammenti di commedie tra cui una misteriosa commedia che non esiste il “Vladimir di terzo grado”.