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Memorie di una lavanderia ad acqua

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Filippo gestisce una lavanderia nel centro di Lecce e da questo luogo che lui considera “un tempio sacro e insieme dannato del quale è facile trovare l’ingresso ma quasi impossibile raggiungere l’uscita” osserva i comportamenti della gente e i cambiamenti della sua città. Numerosi sono ovviamente le occasioni di incontro per chi ha un esercizio come il suo e altrettanto numerosi quindi gli aneddoti da raccontare... Un pomeriggio estivo un cliente molto particolare entra nella lavanderia per chiedere un servizio di “stiratura acrobatica”, cioè lavare, asciugare e stirare 300 kg di lenzuola in ventiquattr’ore. L’uomo, “un facoltoso australiano di origini turche” di nome Murat Polat, gestisce un resort di lusso all’interno di un’antica masseria vicino a Leuca e deve accogliere un gruppo di famosi attori di San Francisco. Filippo accetta l’incarico al limite delle sue possibilità e di quelle della collaboratrice Silvana e, consegnando le lenzuola pulite, ha l’occasione passare la serata al resort e di conoscere la nota attrice statunitense Daiana Prima... Enzo, un criminale tra i più temuti della città, è cliente della lavanderia di Filippo, da cui si fa lavare e stirare le camicie. Un giorno però il pacco di Enzo per sbaglio viene consegnato da Silvana a un certo Ninni Santanchè, “un uomo sulla sessantina, zoppo, con gravi patologie mentali, anni prima rivoluzionario di sinistra” e ora semplicemente vagabondo. Dove cercare Ninni? Come recuperare le camicie prima che Enzo venga a ritirarle? Durante l’estate una giovane donna di nome Denis lascia sempre la stessa biancheria da lavare: “un kimono di seta sottile color oro, alcune mutandine a righe gialle e dei tappetini da bagno di spugna”. Incuriosito e allo stesso tempo affascinato dalla ragazza, Filippo comincia a indagare sulla sua vita misteriosa a pochi isolati di distanza dalla lavanderia...

Filippo Maria Cariglia è un imprenditore salentino, proprietario con il fratello di una lavanderia nel centro di Lecce: questa attività gli ha ispirato il suo primo libro Memorie di una lavanderia ad acqua. Cariglia è personaggio eclettico, poiché si occupa anche di fotografia, regia e sceneggiatura. Memorie di una lavanderia ad acqua contiene sette racconti, nei quali l’autore descrive la molteplicità di esperienze vissute nella sua lavanderia. Questa attività, infatti, gli ha consentito di osservare la sua città, Lecce, e i suoi abitanti da un punto di vista privilegiato, proprio perché qui, inevitabilmente, si incontrano personaggi spesso appartenenti ad ambienti molto lontani tra loro. Nella lavanderia di Filippo è possibile il self-service, ma anche il servizio completo di lavaggio e stiratura: per questo la clientela è molto varia, per estrazione sociale, per possibilità economiche e per provenienza etnica. Per un periodo, ad esempio, il protagonista racconta che la sua lavanderia era diventata una specie di luogo di culto per la comunità senegalese, a causa di una foto appesa al muro che immortalava un’importante personalità africana, dono del fotografo locale Cozza Amara. Nell’esposizione di fatti in prima persona, Filippo tende, però, a soffermarsi su dettagli e situazioni che poco contribuiscono allo svolgimento narrativo. Per animare il racconto, inoltre, l’autore utilizza un proprio “lessico familiare”, con il quale dichiara di esorcizzare alcune sue ossessioni e di cercare di divertire prima i suoi clienti poi i lettori: così, solo per fare qualche esempio, Berlino diventa “Belluno”, importante “francese”, marijuana “meridiana” e spinello “spilletta” (gli ultimi due con un’alta frequenza d’uso). A questo proposito nell’Introduzione Cariglia afferma di servirsi di queste parole “in contesti in cui non c’entrano assolutamente”, poiché tali espressioni lo riportano “a una dimensione che solo io conosco” e, poi, fanno sorridere i clienti: in realtà in un contesto comunicativo e, soprattutto, in un testo narrativo l’obiettivo dovrebbe essere diverso e, pur nella personale ricerca stilistica e linguistica, tendere alla condivisione, anche emozionale. L’effetto di quest’uso, come quello del dilungarsi in aneddoti personali, è invece di un racconto autoreferenziale, scritto più per sé o per chi già conosce il contesto che per il lettore che fatica a trovare una prospettiva narrativa di senso. Dispiace segnalare infine alcuni errori morfologici e sintattici, talvolta ripetuti quindi da non potersi considerare refusi.