Salta al contenuto principale

Menzogna e sortilegio

Menzogna e sortilegio

La madre adottiva di Elisa, la sua “sola amica e protettrice”, se n’è andata – ancora giovane, a soli quarantaquattro anni – da due mesi. Più di quindici anni fa Rosaria ha preso Elisa con sé dopo la tragica morte dei veri genitori: era solo una ragazzina malata e lei l’ha salvata, accolta e cresciuta. E ora è morta. Anche la domestica da qualche giorno si è licenziata con una scusa e nel vecchio appartamento ora cupo e silenzioso Elisa vive rinchiusa senza vedere nessuno tranne la portinaia che le porta la spesa. Gracile, malinconica, timida, solitaria, casta e altera, “il volto patito, (…) la pelle alquanto scura e gli occhi grandi e accesi”, la ragazza porta “nere trecce torreggianti sul suo capo in una foggia antiquata e negligente”. Che doloroso, grottesco contrasto con l’arredamento della casa voluto dalla madre adottiva – mala femmina ovvero senza ipocriti eufemismi una prostituta, svergognata ma dal cuore d’oro –, “una fiera del pessimo gusto e della vergogna; questi mobili stipati, gonfie e dozzinali imitazioni degli stili più diversi; e le tappezzerie chiassose e sporche, i cuscini, i fantocci pretenziosi e le rigatterie; le fotografie ritoccate all’acquerello e nere di polvere, accompagnate spesso da dediche triviali; e le stampe e statuine le cui figure e atteggiamenti sono spesso tali da fare arrossire ogni persona onorata che vi posi lo sguardo”. Ma nonostante lo stile di vita dissoluto della donna, Elisa ha sempre voluto molto bene a Rosaria, che la curava e la amava come fosse figlia sua: “Se udivo qualcuno, in un alterco, gridarle il nome ch’ella purtroppo meritava, io me ne sdegnavo come d’un’empietà”. Già da anni la ragazza passa gran parte delle sue giornate nella sua cameretta, in compagnia dei suoi libri e dei suoi pensieri, “straniera a tutto quanto avviene nelle prossime stanze, priva d’ogni società e passatempo e immune dalle frivolezze che non risparmiano, per solito, neppure le fanciulle più semplici”. Figuriamoci ora che è sola al mondo: ma questa cameretta solitaria non pare tanto il rifugio di una monaca o di una eremita, piuttosto quello di una strega. Ma da quali semi è germogliata la vita di Elisa? Qual è la storia della sua tormentata famiglia?

Menzogna e sortilegio, primo romanzo di Elsa Morante dopo molti racconti e poesie pubblicati prima della Seconda guerra mondiale, esce nel 1948, e offre un contributo significativo al panorama letterario del secondo dopoguerra italiano, tanto da aggiudicarsi il Premio Viareggio. L’opera è un melodramma raccontato in flashback che esplora le tematiche dell’illusione, della memoria e dell’identità individuale e collettiva, entro un quadro che coniuga l’adesione al realismo con l’incursione nel registro della fiaba. Un bildungsroman in cui il processo evolutivo della protagonista si realizza attraverso la dolorosa consapevolezza delle falsità fondanti le relazioni intrafamiliari e, per estensione, quelle sociali. La vicenda si apre con la morte della madre adottiva di Elisa, e procede nella sua narrazione attraverso un’esplorazione retrospettiva delle complesse e drammatiche dinamiche familiari della ragazza, dominate dalla figura della nonna materna, personaggio dotato di un’autorità enigmatica e talvolta oppressiva. Il lettore viene condotto in un percorso di ricostruzione e ricordo che, tramite un sapiente intreccio di segreti svelati mira alla scoperta di una verità sottratta. Il tema della menzogna è infatti centrale e viene esplorato in tutte le sue sfaccettature: dalle piccole bugie quotidiane alle grandi illusioni. Morante vuole dirci che la menzogna è sì un meccanismo di difesa che protegge i personaggi dalla dura realtà, ma spesso diventa una sorta di sortilegio, un incantesimo che li imprigiona in un mondo illusorio, impedendo loro di affrontare la verità. In parallelo, il romanzo è una dolente riflessione sulla potenza della narrazione e della memoria. Elisa, intraprendendo il cammino di decifrazione del suo passato, assume il ruolo di narratrice della propria storia e di quella familiare, sottolineando come la memoria funga da strumento ambivalente, veicolo di conservazione identitaria ma anche di potenziale distorsione del reale. L’approccio stilistico di Morante si distingue per la sua intensa capacità di introspezione psicologica, nonché per una ricchezza linguistica che amalgama la dettagliata precisione descrittiva al simbolismo onirico, il verismo alla dimensione fantastica, l’introspezione psicologica alla critica sociale. Menzogna e sortilegio è – a suo modo – persino un noir, perché è un’indagine sulle tenebre dell’esistenza umana. E il colpevole, alla fine, si trova.