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Merci, monsieur Dior

Merci, monsieur Dior

Célestine Dufour è finalmente arrivata a Parigi. Colta da un senso di vertigine per l’eccitazione, non crede ancora ai suoi occhi. La città, poco dopo la fine del secondo conflitto mondiale, si prepara a riconquistare i suoi antichi sfarzi. I frequentatissimi bistrò, le signore eleganti, le coppiette che passeggiano sul lungosenna, le macchine strombazzanti: si vede che i parigini sono ansiosi di godersi la vita, e di lasciarsi finalmente alle spalle gli orrori della guerra. Célestine vuole fare lo stesso, ricominciare, inaugurare un nuovo capitolo; trovare un lavoro, una nuova casa, la sua dimensione. E dimenticarsi del passato. Della scomparsa dei suoi genitori e di suo fratello; del matrimonio con Albert, finito ancora prima di essere celebrato. Zio Gustave e zia Madeleine non avrebbero voluto che la nipote lasciasse la loro casa (anzi, lo zio aveva profetizzato che sicuramente a Parigi sarebbe finita per strada) ma Genêts, il piccolo paesino sulla costa normanna dove era cresciuta, ormai stava troppo stretto a Célestine. A Parigi avrebbe trovato la sua esuberante amica Marie, con la quale per tanto tempo ha intrattenuto una fitta corrispondenza; avrebbero abitato insieme nella sua minuscola mansarda al numero 4 di rue Capron e, in attesa di trovare un’occupazione, Célestine avrebbe cucinato e dato una mano nelle faccende. Marie si dimostra affettuosa e comprensiva, e visibilmente felice di avere compagnia per casa; quando non è di turno al pub, trascina Célestine in giro per la città, e a curiosare nei reparti dei grandi magazzini Lafayette. Certo non si sarebbero potute permettere nessuna delle cose esposte lì dentro, ma sognare non costa niente. Ci vorrebbe un bel marito ricco secondo Marie – che non nega di essere ben decisa ad accalappiarne uno che la mantenga – ma Célestine è dell’idea di non permettere a nessun uomo di decidere della sua vita. La sua indipendenza è importante, e per questo, mentre continua ad esplorare, da un occhio agli annunci di lavoro. Il primo al quale risponde si rivela fallimentare: “Cercasi dattilografa sotto i venticinque anni per un garni a Parigi” equivale a dire “Cercasi puttana per un bordello”, ma l’ingenua Célestine non poteva saperlo. L’annuncio successivo, scovato per caso nel foglio di giornale che avvolge le patate comprate dall’ortolano, sembra non avere nulla di ambiguo. Cercano una segretaria in rue Royale, e i colloqui sono fissati proprio per quel giorno, 27 novembre alle 15. L’orologio segna appena le 13. Célestine è in tempo, forse è un segno del destino. Ma mai si sarebbe immaginata di trovarsi, due ore dopo, al cospetto dell’astro nascente della moda francese...

Quando nel 1946 fondò la sua storica casa di moda, la Maison Dior, il talentuoso Christian aveva in mente un solo obbiettivo: rendere felici le donne, e fare loro riscoprire bellezza ed eleganza. Di riflesso, tutta la Francia del dopoguerra avrebbe gioito del suo grande successo, conquistando quella leggerezza e quell’ottimismo necessari per affrontare la ricostruzione. Architetto mancato, Christian Dior pianificava e costruiva le sue collezioni con la stessa precisione che avrebbe usato nel creare un edificio; la sua dedizione era maniacale, ogni dettaglio studiato; nessuna collezione era mai uguale alla precedente: a partire dalla sua prima, il 12 febbraio 1947 nel suo hôtel particulier, al 30 di avenue Montaigne a Parigi. Un indirizzo leggendario nel VIII arrondissement, un edificio che da sempre ha affascinato lo stilista, il quale pare abbia confidato ad un suo caro amico: “M’installerò qui e da nessun’altra parte!”. Dieci anni di raffinate e rivoluzionarie collezioni (lo stilista muore prematuramente nel 1957 a Montecatini per un collasso) consegnano monsieur Dior al mito, consacrandolo come icona del lusso francese in tutto il mondo. Agnès Gabriel, autrice tedesca di romanzi storici femminili tradotta in diverse lingue, celebra il famoso stilista (elemento reale del romanzo) inserendolo come co-protagonista al fianco di Célestine Dufour (elemento romanzato) nel suo Merci, Monsieur Dior. La protagonista è deliziosa: giovane e aggraziata, coraggiosa e indipendente, rifugge l’ossessione del matrimonio come sinonimo di completezza. Tra lei e Christian è subito amore, in senso metaforico, fin dal primo colloquio in avenue Montaigne: governante (Célestine delizia lo stilista, con il quale condivide le origini, con i manicaretti della cucina normanna), segretaria, ma soprattutto, musa ispiratrice, la ragazza troverà in monsieur Dior un generoso benefattore, che trasformerà il suo soggiorno parigino in una meravigliosa avventura nel quale anche l’amore troverà il suo spazio. Una gradevole e scorrevole storia in rosa, che si sarebbe tuttavia potuta ammantare anche di altri colori se l’autrice non si fosse fermata alla superficie: sia nelle descrizioni un po’ fiacche, prive di emotività, che non rendono giustizia ad un mondo scintillante e complesso come quello della moda – non percepiamo realmente né il fruscio delle stoffe, né l’eccitazione che precede l’inizio di una sfilata, purtroppo – sia nei pochi conflitti presenti, sviluppati e risolti in modo frettoloso. Insomma, buon per Célestine, che vede avverarsi i suoi desideri con rara facilità (e altrettanto facilmente viene perdonata per i suoi ingenui errori), un po’ meno per noi lettori che, soprattutto da un libro come questo, ci aspetteremmo forse un po’ più di tensione e incanto. Peccato.