Suo figlio ha venti minuti di vita e lui, tenendolo in braccio, vede l’ombra che in due disegnano sulla parete. Insieme, per la prima volta e per sempre. L’infermiera se ne esce con una battuta che forse ripete tutti i giorni, ma che suona piuttosto infelice. Dice che i neonati, a volte, smettono di respirare. A lui pare un avvertimento, piuttosto triste a dire il vero. Inoltre, il suo ansito gli impedisce di sentire il sottile respiro del figlio, così come il suo cuore rumoroso non gli permette di sentire il battito di quello del piccolo. E allora, per tutta la notte, non fa altro che trattenere il respiro, a intervalli di due o tre minuti, per sentire se il piccolo respira. Riflette su questo gesto e lo trova il più sensato di tutti: smettere di respirare per far sì che sia tuo figlio a farlo. Tutte le volte che il piccolo piange compare lui. E si abitua a dormire negli stessi momenti in cui il piccolo riposa. Il sonno intermittente gli ricorda i momenti in cui, da ragazzo, si addormentava sull’autobus mentre andava a scuola o in facoltà, per assistere a lezioni durante le quali, a dire il vero, continuava a sonnecchiare. Oppure gli vengono alla mente quei sonnellini rubati qua e là alle ore di lavoro e capaci di rendere più sopportabile la vita lavorativa. La nascita di un figlio, pensa mentre lo tiene in braccio, è qualcosa che rivoluziona l’intera esistenza. Ci sono uomini capaci di esercitare la paternità con estrema lucidità e umiltà. Ma ce ne sono altri, tra i quali alcuni suoi cari amici, che, sebbene animati dalle migliori intenzioni, finiscono con l’allontanarsi dai figli perché intenti al recupero disperato della loro gioventù. Quel che maggiormente lo colpisce, poi, è la consapevolezza dell’assenza di una tradizione. Mentre le donne non fanno altro che trasmettere alle figlie l’imperativo della maternità, gli uomini crescono viziati e farfalloni, senza la benché minima idea di cosa sia la paternità. I padri, in genere, insegnano ai figli come essere uomini, ma mai, a dire il vero, come essere padri. Quest’ultimo pensiero ne genera immediatamente un altro: suo padre è diventato tale a venticinque anni; lui a quarantadue. Non smette un attimo di pensarci. Quando hai un figlio, ritorni figlio e vorresti ricordare i giorni, e le notti, in cui i tuoi si prendevano cura di te, così come tu ora fai con tuo figlio...

L’arrivo di un figlio è un vero e proprio terremoto, uno tsunami che modifica presente e futuro di un genitore, oltre che scardinare tutte le considerazioni e le certezze legate al passato. Ecco allora che le sensazioni legate al nuovo legame che pian piano si instaura con il proprio figlio, fanno riaffiorare sensazioni e stati d’animo relativi al proprio essere figli. Alejandro Zambra – narratore e poeta cileno ora residente in Messico, le cui opere sono state tradotte in una decina di lingue straniere – offre al lettore un testo che è allo stesso tempo un memoir, un romanzo e anche una guida alla difficile arte dell’essere genitore. Aneddoti e fermo immagini si alternano a ricordi e riflessioni e convergono verso considerazioni attente e puntuali sulla fatica e la gioia di un ruolo cui, spesso, l’uomo non è preparato: essere padre è un compito meraviglioso e difficile insieme, che Zambra affronta con entusiasmo e paura, incoscienza e scrupolo, affanno e leggerezza. Si tratta di un vero e proprio lessico familiare che comincia a formarsi fin dai primi minuti di vita del figlio dell’autore, quel piccolo essere il cui respiro è talmente delicato che occorre trattenere il proprio fiato per sentirlo. E sarà sempre così: il tempo e il vigore che il proprio figlio acquisirà man mano corrisponderanno a ciò che il genitore allo stesso tempo perderà, così come l’anno che si aggiungerà al piccolo sarà quello che verrà sottratto al genitore. Un dare per avere meraviglioso; una simbiosi che celebra le differenze e le unicità; una lista di riflessioni su incomprensioni e litigi, ma anche riconciliazioni e gesti di grande comunione ed empatia. Un testo pieno di poesia e anche di sano umorismo, in cui si racconta come, diventando padri, si torni a sentirsi figli e, immediate, tornino alla mente tutte quelle emozioni legate alla nostra infanzia che, a causa delle contingenze della vita, sono state relegate in un angolo della memoria in attesa di essere richiamate e celebrate, con un po’ di nostalgia e tanta gratitudine.