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Metodo Srebrenica

È nella primavera del 1992 che scoppia la guerra interetnica in Bosnia ed Erzegovina. La popolazione è disomogenea, composta in prevalenza da musulmani e serbi e a seguire bosniaci, jugoslavi e croati. In questi anni i dissidi dovuti a nazionalismi e volontà separatiste sono enormi. Il disfacimento della Federazione Jugoslava ha avuto inizio nel 1980, con la morte di Josip Broz Tito, che era riuscito a tenere in armonia sei repubbliche e due regioni autonome, permettendo la ripresa economica dopo la seconda guerra mondiale. Nel 1990 in Bosnia ed Erzegovina si svolgono le elezioni con la partecipazione di più partiti e il voto dell’80% della popolazione. Inevitabilmente il risultato è in linea con la preponderanza etnica: primi i musulmani, a seguire serbi e croati. I dissidi sono inevitabili. Il 29 febbraio e il 1° marzo del 1992 il referendum sancisce l’autonomia della Bosnia Erzegovina, ma non basta a evitare la guerra civile. Quel che rimane dell’Armata popolare jugoslava supporta i serbi di Slobodan Miloševič. Croati e musulmani vengono cacciati dalle loro case, portati in campi di raccolta, in parte trucidati e costretti a indossare un nastro bianco di riconoscimento. Ha inizio la pulizia etnica. I serbi autoproclamano loro la Bosnia Erzegovina e intendono creare unità tra tutti i territori serbi, ripulendoli e collegandoli. La Repubblica serba ambisce ad avere uno sbocco sul mare attraverso il corso del fiume Drina, passando per Srebrenica e Žepa. A metà aprile del 1992 l’esercito serbo prende il controllo di Srebrenica, per i bosgnacchi (così si fanno chiamare i musulmani) è l’inizio di un periodo terribile, tra sovraffollamento, fame, scarse condizioni igieniche, violenze. Il 16 aprile 1993 il Consiglio delle Nazioni Unite proclama Srebrenica zona protetta, ma le azioni di guerriglia proseguono fino alla primavera del 1995. Il lungo assedio strema esercito e popolazione, le scarse iniziative della NATO vengono recepite come un benestare dall’esercito serbo di Mladić, che avanza. L’11 luglio il massacro ha inizio sotto gli occhi indifferenti dell’esercito olandese, che consegna i musulmani ai carnefici serbi…

Ci sono voluti anni affinché Ivica Ɖikić, giornalista e sceneggiatore già noto in Italia per il surreale Cirkus Columbia, ritenesse giunto il momento di scrivere questo libro. Anni di ricerche spasmodiche, tentativi falliti (il primo abbozzo di un romanzo risale al 2003/2006), frustrazione, senso di inadeguatezza, fino al momento dell’ispirazione, il punto di partenza per il giusto approccio narrativo. Anatomia di un istante di Javier Cercas e A sangue freddo di Truman Capote i modelli letterari da cui partire, una via di mezzo tra fiction e documentario. Eppure nell’introduzione al libro, scritta a cuore aperto, chiede scusa, perché ritiene il suo un fallimento. Per quante ricerche abbia fatto, per quanto abbia tentato di “comprendere l’incomprensibile, di penetrare nel cuore delle tenebre”, nulla risponde alla sola domanda che lo ha spinto a percorrere la strada che lo ha portato a questo libro. Perché? Perché il colonnello Ljubiša Beara (1939 – 2017, deceduto in carcere a Berlino) ha organizzato e diretto lo sterminio di migliaia di persone? Beara è descritto come un militare ligio agli ordini, privo di emozione, determinato, lontano dal clamore mediatico dei grandi leader, al punto che il suo aspetto lo conoscono in pochi. Lui è uno che agisce. La personalità di quest’uomo è inquietante, la sua carriera e la sua vita vengono ricostruite fin dal principio e con incredibili dettagli vengono raccontati i due giorni antecedenti l’eccidio del 1995, al punto da lasciare frastornati per la metodica freddezza con cui vengono stabiliti i metodi delle uccisioni, scelti i siti per l’occultamento dei cadaveri, le armi da usare, chi materialmente se ne occuperà. Ɖikić è autore di vari romanzi e della serie televisiva Novine, una serie thriller a sfondo politico trasmessa su Netflix.