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Mi hanno rapito gli zingari

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Il giovane Luigi, che ha l’hobby degli scambi geografico/culturali - per questo frequenta assiduamente il sito internet internazionale di riferimento - e coltiva il sogno nel cassetto di scrivere un libro affacciato sul mare della Grecia, si mette in viaggio in macchina da solo per arrivare, attraverso varie tappe, alla meta desiderata. Come spesso avviene, però, sono le difficoltà e gli imprevisti a decidere l’effettiva destinazione: in Macedonia, in una zona piuttosto isolata non lontana da Skopje, l’auto gli finisce in un fosso ed è impossibilitato a proseguire. Dopo diverse ore di panico e preoccupazione, vengono a soccorrerlo una serie di variopinti e singolari personaggi: la comunità rom abitante della zona si rivela con lui ospitale e accogliente, tanto che, dopo mille iniziali diffidenze dovute anche al fatto di non comprendere quasi nulla del loro linguaggio, il “romanes”, Luigi decide che, almeno per un certo periodo di tempo, quello necessario a finire il suo libro, abiterà presso di loro. Ecco che dunque il “libro” che Luigi doveva e voleva scrivere diviene il diario stesso delle tante stravaganti vicende che egli si trova a vivere in Macedonia, tra la non sempre semplice integrazione nelle abitudini dei rom del circondario, presso i quali comunque tutto risulta più o meno funzionare, anche se in modo non sempre ortodosso per un moderno europeo occidentale, e la conoscenza anche di ragazzi di altre nazionalità che, grazie al già detto sito di scambi culturali, decidono di venire a trovare Luigi lì, nel sobborgo chiamato Shutka. Tra vegliarde umorali e incontinenti, giovani dall’incerta sessualità, donne dinamiche e dal carattere forte e, purtroppo, anche prostituzione minorile, Luigi renderà sempre più aperto ed elastico il proprio modo di interagire con la cultura gitana, finendo anzi con il rilevarne anche una serie di vantaggi rispetto alle abitudini di vita italiane. Il suo istinto di non voler appartenere, però, in modo fisso e stabile ad alcun “gruppo”, a lungo andare inizierà a minare la possibilità di permanere a lungo presso la “famiglia allargata” di Shutka, piuttosto chiusa e critica rispetto a ogni comunità esterna…

Venendo al senso complessivo del romanzo, per Luigi mettersi a scrivere il diario costituisce un momento di introspezione, anche di ritiro e di estraneazione, se si vuole, da un mondo del tutto nuovo che però di tanto in tanto appare fagocitante; egli gradualmente impara, pur senza assolutamente rifiutare nessuno, a farsi rispettare stabilendo dei limiti alle altrui libertà nei suoi confronti e viceversa. Il messaggio del libro, o uno dei messaggi principali, è che ognuno di noi nel suo piccolo può fare molto per il benessere di un’intera comunità, e invece il mondo negli ultimi decenni è regredito: non si pensa minimamente più a utilizzare la propria posizione sociale o le proprie conoscenze tecniche per migliorare l’ambiente fisico e umano che ci circonda, bensì prevalentemente per sottomettere gli altri. È questo il motivo per cui, pur con i loro evidenti limiti e difetti, gli zingari di Skopje son sembrati a Luigi molto più vitali e al tempo stesso generosi e altruisti della maggior parte della gente che conosce in Italia. “Più calore e meno stereotipi” sembra essere ora il motto di Luigi, ed è il concetto che gli permetterà anche di incontrare l’amore vero. La lettura di quest’opera è consigliabile a chiunque si ritenga di vedute socio/culturali sufficientemente aperte, ma potrebbe essere una sorpresa anche per chi, ad esempio, disdegna i rom a spada tratta (l’86% degli italiani, parrebbe) senza sapere neanche che, anche tra di loro, ne esistono tipologie molto diverse per tratti somatici, stili di vita e abitudini sociali. La struttura spiccatamente “diaristica”, molto dettagliata, con pochissimi discorsi diretti e ritmo forsennato in una profusione di eventi e soprattutto di personaggi, implica una certa pazienza e disponibilità da parte di chi scegliesse di “farsi rapire dagli zingari” per un po’ del suo tempo.