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Mi porta a casa, questa curva strada

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La cultura Mod, ovvero come “una cricca di giovani britannici ossessionati dal jazz e innamorati persi delle minuzie stilistiche della moda europea e americana si sia trasformata in un esercito di appassionati di rock sempre in sella a uno scooter” è fondamentale per capire le basi della musica e dello stile britannico, sempre in bilico fra “il desiderio di essere unici e il bisogno di appartenere a un gruppo”: un modo di vivere e di vedere il mondo che dagli anni Sessanta di Who e Kinks arriva fino alle schitarrate degli Oasis e dei Blur, passando per lo stile del nonnetto Paul Weller. James Brown, il padre del funk e di pezzi storici come Get Up (I Feel Like Being a) Sex Machine è davvero il vate del ritmo in levare più riconoscibile del pianeta? O in realtà la sua fama è dovuta a qualche illuminato turnista che lo accompagnava in giro per il mondo lungo interminabili tour? A che cosa dobbiamo il suo successo? Solo alla musica o anche alla personalità dell’uomo Brown? La carriera di Charlie “Bird” Parker ha rivoluzionato la storia della musica jazz grazie a uno stile innovativo - galvanizzato dall’eroina - che ha scolpito con assoli il be-bop più tecnico e spericolato. E ancora, perché Elvis è il modello del “decollo in stile rock and roll”? E poi chi è veramente Donald Fagen degli Steely Dan? E Prince, qual è stata la vera causa della sua morte?

I saggi di musica di solito sono destinati a una piccola nicchia di aficionados o maniaci dei gruppi o dei musicisti di cui si parla. Il libro del giornalista Ian Penman è invece di tutt’altra categoria: vengono in mente per la portata dell’opera libri come Musica di merda di Carl Wilson o Retromania di Simon Reynolds, che prendono spunto dalla musica e arrivano a parlarci di tutt’altro. La penna del critico musicale inglese è formidabile: passa da una citazione all’altra senza risultare pedante, anzi proprio per le sue scelte affilate e pertinenti dimostra di possedere la materia con profondità, analizza con poche pennellate una frase o un ritornello e ci trasmette a parole quello che abbiamo sempre pensato ma non siamo mai riusciti a dire riguardo alla musica degli artisti scelti, ci presenta particolari biografici dei musicisti analizzati e scava in fondo, senza porsi limiti. Otto brevi saggi che in poco meno di duecento pagine ci fanno capire cosa sia l’arte della critica musicale al massimo grado (sono rari i giornalisti musicali che citano tra gli altri Jack Vettriano, Paul Klee, Colazione da Tiffany, Woody Allen, Allen Ginsberg). Nell’introduzione Penman - oltre a spiegare al lettore da dove derivi il titolo dell’opera (è tratto da un verso di Walks, una poesia del 1958 di W.H. Auden) - parla con stile confidenziale e ci introduce al suo modus operandi compositivo, basato su un ideale ben preciso: “un tipo di scrittura completamente accessibile a chi vi si avvicini, ma capace di gratificare anche dopo ripetute letture [...]. Chiunque può entrare e uscire dal testo come gli pare… ma al contempo, potrebbe esserci una rete di indizi, consigli e suggestioni seminascosti che si insinua tra le righe o dietro di esse, e aspetta soltanto di essere trovata”. Quello che si dice: un classico. Peccato che non abbia incluso i saggi su Billie Holiday, Solange Knowles e Lana Del Rey. Aspettiamo fiduciosi, e intanto rileggiamo con attenzione.