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Mi spiacerà morire per non vederti più

Gregorio è in montagna, sulle Dolomiti, con la moglie Elisa. Per Ferragosto, lei è riuscita a trovare con una certa difficoltà una camera d’albergo per il marito, costretto ad allontanarsi da casa in seguito all’aggravarsi della rottura insanabile con Marco, il figlio di Elisa. In poche parole, i due sono quasi venuti alle mani, così Gregorio ha deciso di spostarsi in hotel fino alla partenza del ragazzo, che in realtà si tratterrà ancora pochi giorni. La camera, dicevamo, è stata trovata, ma, Gregorio dovrà condividere la cena con uno sconosciuto, perché non c’è stato modo di trovare un tavolo solo per lui. Giunto in albergo, Gregorio sale in camera e prende tempo sfogliando una vecchia edizione della Storia degli Inglesi del Venerabile Beda. È un appassionato di tutto ciò che riguarda il mondo dei barbari, la storia del popolo inglese, il tramonto del cristianesimo. Scende nella sala del ristorante, piena di gente, dopo un quarto d’ora e il cameriere gli indica il suo tavolo, nel quale un altro signore ha già preso posto. Gregorio intravede una sagoma dalle spalle larghe, intenta a mangiare e a sbirciare allo stesso tempo la “Gazzetta dello Sport” ripiegata e appoggiata alla bottiglia dell’acqua. Quando poi si avvicina al tavolo, l’uomo si alza, fa sparire in fretta il giornale e si presenta porgendogli la mano. È Carlo De Feo, alto, atletico, moro, bocca carnosa, sopracciglia folte, viso bruno. Viene da Lecce e si trova lì in vacanza insieme a degli amici, alloggiati in un altro hotel. È un traduttore, specialista di Hemingway, e viaggia molto, in particolare negli Stati Uniti e in Argentina. Collabora a sceneggiature e insegna all’università letteratura ispano-americana. Gregorio gli racconta di essere un costruttore civile, di lavorare presso un’impresa di famiglia e di provenire da Sesto San Giovanni, vicino Milano...

Una scelta poco convenzionale quella di Roberto Pazzi - poeta, giornalista e scrittore ligure da tempo residente a Ferrara - che ambienta il suo romanzo nei primi secoli dell’Alto Medioevo, in piena età longobarda, per intenderci. Si tratta del periodo in cui papa Gregorio Magno decide di inviare in Britannia una missione, con lo scopo di convertire gli Angli al cristianesimo, mentre il cugino, il senatore romano Eusebio Simmaco, è impegnato a difendere strenuamente il paganesimo. L’io narrante del romanzo, in realtà, è figura dei giorni nostri: si tratta di un uomo che, in vacanza con la moglie in montagna, stringe amicizia con un affascinante signore e, nel tentativo di liberarsi dalle catene di una quotidianità che gli sta piuttosto stretta, dichiara di essere uno scrittore e spaccia come argomento del suo romanzo in fieri la storia di papa Gregorio, del cugino e di tutti gli altri personaggi che animano la vicenda. Presente e passato, quindi, si alternano e si intrecciano e, mentre in montagna si assiste alla nascita di un’attrazione pericolosa tra il sedicente scrittore e il suo nuovo amico, nel VI secolo d.C. a Roma Eusebio Simmaco, uomo dissoluto che vive con estrema libertà la propria sessualità, si strugge di desiderio nei confronti di un palafreniere, che altri non è che l’amante della figlia. Due trame parallele, quindi, che, pur distanti secoli tra loro, sono accomunate da passione, amore e ricerca della felicità e dell’appagamento, i sentimenti che animano entrambe. Con il procedere della narrazione, poi, la vicenda attuale, seppure interessante, perde terreno e viene abbandonata (ed è un vero peccato) in favore del racconto del triangolo amoroso che si consuma nella Roma antica, città che fa da sfondo agli scontri tra valori e ideali diversi, che segnano il passaggio dalla più libera etica pagana a quella sessuofoba e omofoba cristiana. Un romanzo singolare, dagli scorci storici precisi e raccontati nel dettaglio, che si legge con interesse - anche se a tratti è piuttosto ripetitivo e lento - e sottende la neppur troppo velata denuncia nei confronti di un’Italia ancora arretrata e limitante per quanto concerne alcune libertà civili, mentre celebra - a partire dal verso di Umberto Saba in esergo “D’amore non esistono peccati” - la potenza universale dell’amore.