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Mia madre aveva una Cinquecento gialla

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Napoli, 1980. I genitori di Gina Carafa avevano due macchine molto diverse, ognuna delle quali sembrava rappresentassero alla perfezione il carattere dei loro proprietari. Sua madre Sofia aveva una Fiat Cinquecento gialla: piccola piccola ma che, nonostante tutto, riusciva sempre a portare tutti a destinazione. Il suo Papaone Mario, invece, aveva un’Alfetta blu. Sofia la descriveva come “la macchina dei camorristi”, ma suo marito la difendeva strenuamente: era l’automobile che acquistavano poliziotti e politici. Per Sofia, in realtà, non c’era molta differenza tra queste tre categorie. Gina e Betta, sua sorella maggiore di due anni, facevano sempre un gioco quando erano in macchina con Papaone: posavano a turno le loro manine sul cambio e, al momento di scalare o aumentare, gridavano tutti e tre insieme il numero della nuova marcia inserita. L’Alfetta blu filava via a suon di “Primaaaa!”, “Secondaaaa!”, “Terzaaaa!”, “Quartaaaa!” e così via per tutto il tragitto. Quando si passava finalmente alla quinta marcia, poi, le due bambine erano così eccitate da arrivare a saltare e ballare sui sedili. Era un momento tutto loro, emozionante nella sua semplicità e che le rendeva felici. La Cinquecento gialla della mamma, invece, aveva solo quattro marce. Un po’ come le donne che, secondo Mario Carafa, avevano una marcia in meno. Lo diceva così spesso che ormai Sofia se ne stava convincendo. Le “femm’ne” dovevano stare al loro posto, era sempre stato così e non c’era nulla che potesse far cambiare idea a Mario Carafa. A Gina questi discorsi sembravano normali: anche la Cinquecento gialla, con le sue sole quattro marce, la faceva sentire frenata, senza ali. Eppure, le donne, anche se con una marcia in meno, sono capaci di grandi cose. E Gina lo avrebbe scoperto ben presto, perché proprio nell’estate del 1980 il suo Papaone era andato via di casa da un giorno all’altro e senza darle alcuna spiegazione...

Enrica Ferrara è scrittrice, traduttrice, critica letteraria e professoressa di lingua e letteratura italiana al Trinity College di Dublino, città che è diventata la sua casa da ormai venti anni. Mia madre aveva una Cinquecento gialla è la sua prima opera di narrativa e può difficilmente venire incasellata in un singolo genere, poiché contiene al suo interno elementi del romanzo di formazione, del thriller politico, della narrativa femminista e del racconto metanarrativo. E, ovviamente, un’altissima percentuale di dettagli autobiografici. Mario Carafa, infatti, rappresenta Angelo Ferrara, padre dell’autrice, vicedirettore della sede centrale del Banco di Napoli eletto nel consiglio nazionale della Democrazia Cristiana e, dall’estate del 1980 al 1987, latitante in seguito alle accuse di truffa aggravata, falso e associazione a delinquere. All’interno del romanzo, poi, sono tanti i riferimenti più o meno velati alla storia italiana degli anni Settanta e Ottanta, ai cosiddetti Anni di piombo (i rapimenti di Aldo Moro e di Ciro Cirillo), o alle figure di noti esponenti della politica e della criminalità organizzata, come Antonio Gava e Raffaele Cutolo. Gina Carafa (che, da un certo punto del romanzo vivrà con la doppia identità di Enrica Coffey – ogni riferimento al nome da sposata dell’autrice non è puramente casuale) all’interno del romanzo ha il duplice ruolo di narratrice e scrittrice, una ragazzina che non accetta le mezze verità velate di misteri che le raccontano i grandi. Vuole conoscere il significato di quelle nuove parole che ascolta dai discorsi degli adulti e indaga per comprendere ciò che davvero sta vivendo la sua famiglia. Ed è proprio grazie a questa sua innata curiosità e ai salti nel tempo tra il 1980-1981 e il 1987 (momento dell’incontro tra una Gina adolescente e suo padre) che il lettore riuscirà a vedere la storia con occhi nuovi e a mettere insieme i tanti tasselli di un puzzle intricatissimo. La Cinquecento gialla del titolo, infine, è l’emblema della resistenza e della rivalsa del genere femminile che, nonostante la sua famigerata “marcia in meno”, si rivela sempre in grado di arrivare alla meta e di superare qualsiasi avversità.

LEGGI L’INTERVISTA A ENRICA FERRARA