Dopo Hiroshima e Nagasaki, non si può più pensare la scienza indipendentemente dall’etica; similmente, nel nostro terzo millennio non ha senso dedicarsi alle modalità del pensiero dell’uomo senza prima aver guardato quello che fanno i ragazzi con i loro telefonini. È finita, da un lato, l’illusione di poter indagare la realtà in maniera compartimentata (“qui finisce l’ambito della fisica, qui comincia quello della biologia…”), ed è finita dall’altro la pretesa di poter fare un pensiero “alto” che non si “contamini”, fin dalla radice, con ciò che il mondo mette sotto gli occhi a ogni momento. Quando si guardino le cose sufficientemente da vicino - e non con l’atteggiamento di chi già cosa intende ricavare da una certa osservazione, e a cosa vorrà invece risolutamente rinunciare - molte delle separazioni che siamo abituati a concepire, spariscono: e, all’orizzonte, si intravede una conoscenza sfaccettata, multiforme, che si nutre del confronto e dello scambio...
