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Mie per sempre

Mie per sempre

Alessio Fanfani ha 34 anni, vive a Milano ed è un tranquillo impiegato di banca, sportellista apprezzato dai colleghi e dai clienti per il suo garbo e la simpatia. In realtà, per sua stessa ammissione, indossa una maschera. Forse lo è davvero garbato e simpatico quando interagisce con gli altri, con l’esterno, ma la sua realtà interiore è quella di un ossessivo compulsivo, una persona che ha un posto per ogni cosa, delle abitudini che sono quasi dei rituali. Il suo appartamento è una specie di santuario, non inviolabile ma difeso strenuamente. Le sue camicie, le magliette, la biancheria: ogni cosa è disposta secondo un suo rigoroso ordine mentale, così come un ordine hanno le azioni che compie al mattino e quando rientra a casa. La sua è una ricerca costante della perfezione, la sua perfezione. La cerca da quando era solo un ragazzino, senza un particolare motivo a cui ricondurre questa ossessione. La sua prima “relazione” affettiva, escludendo i genitori, risale a quando aveva quattordici anni. Una micetta randagia, adottata e cresciuta nell’adorazione del suo “padroncino”. Nelle donne che ha avuto da ragazzo e poi da adulto, ha sempre ricercato quel rapporto che ha gli dato l’imprinting: essere amato senza riserve, con le modalità che per lui rappresentano la perfezione. Ma così com’è accaduto con la gatta Raissa, nel momento in cui quella perfezione è raggiunta, subentra la paura che non resti così, la certezza che non possa durare e Alessio ha solo un modo per trattenerla, cristallizzarla con la morte...

È lo stesso Alessio, voce narrante di tutto il romanzo, a dirci nelle prime pagine del libro chi è davvero, un assassino. Il racconto prosegue con la descrizione delle sue giornate, delle relazioni che intraprende e di come il pensiero della inevitabile conclusione sia sempre presente in lui. Parallelamente ci sono i flashback delle storie, non necessariamente relazioni durature, che si sono concluse con il suo “intervento” e non solo. Per esempio l’amicizia che stringe con una donna incontrata sul tram e osservata a lungo ogni giorno mentre va al lavoro. Tramite questa amicizia, che per sua natura non implica la ricerca che lo ossessiona, del tutto casualmente ritrova un amore giovanile che era finito per banali questioni “logistiche” prima che potesse trasformarsi in una storia seria. La trama potrebbe essere estremamente interessante se non fosse per un finale che chi abbia letto anche solo due o tre romanzi gialli in vita sua non può che considerare scontato e prevedibile, ma soprattutto per la narrazione, che si riduce ad essere la ripetizione, con poche, troppo poche, variazioni della stessa storia, in cui sostanzialmente cambia il nome della protagonista e i luoghi dove i due si arrendono alla passione. Un film con lo stesso finale che ripetuto per quasi quattrocento pagine diventa noioso. Non cambiano molto neanche le parole che il protagonista (e l’autore) usano per le descrizioni. I dialoghi riportati, che si svolgono perlopiù fra Alessio e le sue donne, sembrano delle conversazioni cortesi che potrebbero svolgersi al supermercato fra semisconosciuti. Non escludo che possa trattarsi di una precisa scelta stilistica di Zanoni, al suo terzo romanzo e che ha anche vinto dei premi: se così fosse, potrebbe essere il tentativo di rappresentare la freddezza del protagonista, necessaria evidentemente a qualcuno che uccide senza provare alcun rimorso. Tentativo non riuscito, in ogni caso. Una storia e un linguaggio piatti, che forse un approfondimento avrebbe potuto rendere più scorrevoli.