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Milano è una selva oscura

Milano è una selva oscura
“La memoria del Dante è un groviglio indurito: i suoi fili  non sono più carne sangue, ma brume di immagini sbiadite…”. Questo Dante non è il sommo poeta ma un suo omonimo nato secoli dopo, all’ombra dei cannoni di Bava Beccaris, nell’anno 1889. La selva oscura in cui al momento si sta aggirando è la periferia di Milano e gli anni, altrettanto oscuri, sono gli anni ’60, anni cupi e sanguinari quasi come quelli della guerra che lui ha vissuto in gioventù. Ha tante cose da raccontare, esperienze come il carcere per la vendita di giornaletti licenziosi, un breve autoesilio in Sudamerica in fuga da delle zie arpie, una condanna al confino per vicinanza ad ambienti anarcoidi, incontri e amori - in particolare uno andato non troppo bene grazie a cui è nata anche una figlia, purtroppo portatagli via da un destino avverso. Ma ora Dante è un barbone, uno dei tanti che vagano per la città, solo e amareggiato come i suoi amici anarchici, straccioni, operai senza lavoro. Vivere a Barbonia City non è una scelta facile, tantomeno immediata: con sé Dante porta un bagaglio di cultura incredibile, che gli permette di costruire e regalare a chi ha intorno storie sempre diverse e avvincenti.  Nello stesso tempo è la città ad offrirgli innumerevoli occasioni di riflessioni, spunti per ricordare episodi della propria infanzia apparentemente sepolti ma in realtà mai scomparsi dalla sua memoria: i carnevali travestito da Pierrot, i paesaggi giocattolo che amava ricombinare tramite cubetti di legno dipinto. E proprio la città al povero Dante tirerà un brutto tiro, catapultandolo in mezzo a una delle stragi più clamorose della storia italiana: 1969, Piazza Fontana...
Le stagioni di Dante tentano di seguire un ritmo vivaldiano, in un romanzo quadripartito dall’originale impasto tematico e linguistico. Il barbone di Laura Pariani è commovente e intenso, con il suo idealismo fuori dal tempo. Interessante l’affresco storico che la scrittrice riesce a ritagliare collocando il suo protagonista in momenti cruciali del passato nazionale, volta per volta, stagione per stagione. Ma Milano è una selva oscura non è un libro semplice, né a livello di contenuto né tantomeno di linguaggio. Il Dante, infatti, utilizza un dialetto lombardo stretto, infarcito di reminiscenze portiane, poco comprensibile per lettori non originari della zona. Sicuramente chiarificatrici le noticine finali lasciate dall’autrice, che spiegano l’origine del romanzo, le sue radici storiche, culturali, letterarie, nonché musicali- non solo Vivaldi, ma anche Gaber, De Andrè e Jannacci- anche se un glossarietto conclusivo non avrebbe certo stonato. Un peccato, per una scrittura fine e delicata capace di regalare perle di dolcezza inaudita. E per un personaggio dalla saggezza quasi profetica, che lancia strali e invettive contro un “paese che si scandalizza di ciò che non capisce, che si sente pulito e rimpiange i bordelli, che incoraggia le scappatelle scrocche, ma non perdona chi rompe le regole dell’ipocrisia”.