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Mille giorni che non vieni

Mille giorni che non vieni

Il rumore grave del portone pesante che si chiude dietro alle spalle ha un suono irreale. Lo stesso suono di sei anni prima, quando Antonio Caruso, ora ventisettenne, era entrato in carcere. Ora ne sta uscendo, anche se non ne conosce il motivo, visto che di anni se n’era presi tredici... Uno sconcerto che non lascia spazio alla gioia di guardare quel cubo di cemento grigio dal di fuori. Uno spaesamento e un disorientamento incapaci di individuare altra Stella Polare possibile verso la quale indirizzare un’imprevista navigazione a vista: Maria Luce. Maria Luce che Antonio aveva sposato quando “era uscita incinta” di Rachelina che nasceva proprio mentre Antonio andava “dentro”. E adesso? Antonio lo sa benissimo che sua moglie non intende in alcun modo ricucire un rapporto con lui. E lui stesso non intende forzare la mano: sa perfettamente di aver tradito la fiducia della donna, sa che lei non gli crede più, qualsiasi cosa lui possa dire. E sa che Marialu’ non è scema. Muta sì, lo è. Ma con la lingua dei segni sa farsi capire benissimo: “Cinque minuti e poi te ne vai” gli dice quando lui bussa alla porta di casa, Rachelina è a scuola. E gli amici? Gli amici del carcere, Caffeina, Santo Domingo e Pasqualone, sono rimasti dentro. Quelli di sempre, Tyson e Polpetta, sono morti... Antonio beve il caffè che Maria Luce ha preparato ricordandosi che a lui piace berlo nel bicchierino di vetro. Poi gli dice a gesti che Rachelina “tiene scuola pure il pomeriggio” concedendogli di tornare verso le sette - non più tardi - per salutarla. “Perché non resti a mangiare con noi stasera?” chiederà Rachelina al padre. Un’occhiata a Maria Luce. No. “Stasera non è possibile, amore, papà ha un impegno. Facciamo un’altra volta”. Rachelina... Rachelina che se ne esce con certi pensieri, certe frasi e certe parole che “chi gliele impara?”. Con la madre muta e il padre che c’è stato poco. E meno male, perché lui non è di quelli che a parlare ci fanno troppa bella figura... “Papà, sono mille giorni che non vieni”. I giorni sono di più. Ma per una bambina il concetto di mille sfiora l’infinito...

Premetto: bellissima lettura. Comprate il libro, leggetelo, prestatelo, passatelo, fate girare. Detto questo, resta una discreta irritazione per alcune carenze, disattenzioni ed errori banali e ingenui: irritazione direttamente proporzionale alla bellezza della storia. Andiamo con ordine: l’utilizzo dell’io narrante al tempo presente rende la lettura coinvolgente, empatica, commovente e bella. L’utilizzo del “dialettismo” trasfuso nei pensieri e nelle azioni del protagonista rese in prima persona è perfetto. Non altrettanto si può dire riguardo la trascrizione del dialetto nelle parole e nel discorso diretto. E allora l’irritazione aumenta al pensiero del numero di mani attraverso le quali è passato il manoscritto. L’utilizzo reiterato di “mò” (con l’accento grave, quindi “o” aperta) al posto di “mo” come lo usava Dante o “mo’”, elisione. Bastava prendere l’album di Pino Daniele e vedere come è scritto “Vai mo’”. La trascrizione del dialetto dovrebbe conferire alla grafica tanto la resa fonetica quanto quella della logica del linguaggio per cui “Ha ddà” (deve) non può essere trascritto con “adda”. E questo è solo un esempio. Nel discorso diretto manca invece l’udito della mente: “E ce lo magnamo il cuore dell’infame. Polpè (di nuovo accento grave e non elisione), ce lo magnamo”. Che dialetto sarebbe? Disattenzioni: quando il protagonista viaggia in camion da Napoli verso Praia a Mare vede un cartello che segna la fine della Campania e l’inizio della Calabria (pag.127)... quel cartello non esiste. Per il semplice fatto che la Campania non confina con la Calabria. ABC. Mancata documentazione: per disciogliere un corpo in una vasca riempita di varechina si possono aspettare perlomeno un paio di decenni, non ci si aspetti un omicidio seduta stante. Perché l’ipoclorito di sodio è leggermente corrosivo ma soprattutto con i metalli, non “mangia le carni” e non causa morte se non sbiancamento ed eventuale intossicazione (c’è qualche editor nei paraggi?). Per quello ci vuole un’altra soluzione che non suggerisco a eventuali malintenzionati. Proseguiamo sorvolando sui tanti, troppi, dettagli alla “volemose bbene”: la scarcerazione è un provvedimento che non procede nei termini descritti, manco per sogno. Non si realizza col secondino – pardon, “superiore” - che ti dice “puoi uscire” e tu te ne vai. Per le sentenze passate in giudicato poi, la tarantella dura tre mesi. Proseguiamo: un magistrato che accoglie le dichiarazioni di un potenziale collaboratore dando più informazioni circa lo stato delle indagini rispetto agli elementi che riceve non è plausibile. Un magistrato che ignori la funzione di un infiltrato (non di un’esca come erroneamente definita nelle pagine) non lo è altrettanto. Un magistrato che tenti di dissuadere il candidato infiltrato perché “è pericoloso” per il collaborante deve ancora nascere. Ultima cosa, un romanzo così bello, nonostante tutto, non merita un finale dozzinale all’americana: il cattivo che muove le fila non si presenta MAI in prima persona ad affrontare un duello a tu per tu rischiando le penne. Il “cattivo” se ne fotte dell’onore western alla “o tu o io”, se ne sbatte: chi fa profitto sulla pelle degli altri ha l’onore come ultima voce della lista, dopo le varie ed eventuali. Purtroppo la realtà funziona così. Non si può disegnare un abito di alta classe e trascurare le asole, stride troppo. Da leggere, comunque, con qualche imprecazione. Quelle imprecazioni per il “quasi goal” di Nicolò Carosio. Facciamo che è goal comunque. Ma più attenzione. Parecchia attenzione e ascolto per chi per strada c’è stato, per chi ha passato i suoi “mille giorni”.