8 maggio 1969. È una limpida mattina e il filare di piccoli alberi d’arancio piantato lungo il marciapiede proietta un accenno d’ombra. Bachisio ha raggiunto gli uffici della Procura della Repubblica per incontrare per la prima volta il pubblico ministero, sul pianerottolo al secondo piano affacciano cinque porte, solo una è aperta e da lì provengono tre colpi di tosse. Bachisio entra, l’uomo in piedi al di là della scrivania stringe nella mano destra un foglio di carta protocollata, lo invita a entrare e chiudere la porta. Il PM è Aurelio Mura, indica a Bachisio Riu una sedia di legno di fronte a lui mentre lo osserva con attenzione: nota gli abiti nuovi, puliti, il fisico magro, la palpebra cadente che gli serra quasi del tutto l’occhio sinistro, nascosta in parte da un ciuffo di capelli. Il magistrato ripone il foglio che tiene in mano in un faldone che poi appoggia a terra, dove se ne trovano altri. La polvere aleggia nell’ambiente illuminato dalla luce del giorno. I mobili scuri, il muro grigio, l’odore sconosciuto e greve trasmettono a Bachisio la sensazione di trovarsi in un luogo alieno; oltre le ante accostate della finestra si stagliano le mura bianche del carcere di San Sebastiano, da lì giunge l’odore della disperazione. Mura gli domanda se conosceva il dottor Masala, il sindaco del paese, lui conferma. Il magistrato dichiara che non lo accusa di nulla, ma desidera appurare la veridicità di alcune testimonianze, più che altro voci e allo stesso tempo raccogliere la sua di testimonianza. Infatti il nome di Bachisio nelle ultime settimane è saltato fuori più volte durante le indagini e magari lui vuole dire la sua a riguardo. Il giovane è a disagio, non ha nulla da dichiarare, nemmeno sa perché due uomini si sono presentati a casa sua per scortarlo lì. La sola cosa che sa è che in paese sono successe “cose strane”. Mura sorride, osserva le carte sul tavolo, i referti del medico legale, le testimonianze delle donne che hanno trovato i morti: sia il sindaco che il dottor Sanna sono stati vittime di ictus, il dottor Mameli invece è morto per una ghiandola che ha collassato. Tutti e tre stavano male, non dormivano la notte. Quindi, quale può essere il coinvolgimento di Bachisio Riu e dei suoi compari, Salvatore Meloni e Giovanni Corda? A meno che non abbiano avvelenato il loro caffè. Riu è curioso e spaesato dalla situazione, Mura lo rassicura e prosegue con una serie di domande su quale mestiere svolga, con chi viva, se faccia parte di qualche gruppo politico o sociale, se conosceva i due commissari prefettizi, Mameli e Sanna, che rapporti abbia con i due giovani citati nelle testimonianze con lui, che cosa sappia di Tavera, il vicesindaco scomparso dopo la morte del sindaco. Domande a cui il magistrato ha bisogno di dare risposte…

Raffaela Ulgheri è nata a Sassari nel 1980, è laureata in Scienze della Comunicazione e ha conseguito un master in Giornalismo, scrive per una testata internazionale che si occupa di finanza e dal 2017, dopo aver seguito i corsi di Giulio Mozzi a Milano, dove attualmente risiede, si dedica alla narrativa. Minerva. Il giudizio dei viventi è il suo primo romanzo ed è arrivato finalista all’edizione XXXVIII del Premio Italo Calvino. Villanova Monteleone è il comune della città metropolitana di Sassari che ha ispirato il romanzo, mentre a ispirare il titolo è il noto e suggestivo Monte Minerva, ciò che oggi resta di un camino vulcanico spento, testimone maestoso e involontario degli eventi del libro. Minerva è un romanzo corale, sono dieci i personaggi che, capitolo dopo capitolo, contribuiscono a mettere al loro posto i tasselli di una storia che prende il via dalla morte del sindaco e dalla scomparsa del vicesindaco, per poi proseguire con alcune morti apparentemente naturali. Gli sventurati deceduti sono membri delle istituzioni inviati “dalla città” – che appare come un’entità estranea e oppressiva rispetto alla vita della piccola comunità – per colmare il vuoto normativo creatosi in questo “paese disgraziato del Logudoro”, come lo definisce Duilio Mameli, uno dei commissari inviati dalla prefettura. Il tutto nel periodo che va dall’aprile del 1968 al novembre del 1970. I temi dell’opera sono molteplici, non solo politici, legati alle istanze indipendentiste sarde, che spingono alcuni giovani ad agire in modo impulsivo, senza raggiungere un obiettivo concreto, animati da ingenuità politica e dal desiderio di libertà per la loro terra. Si parla di modernizzazione con l’arrivo dell’industria pesante a Porto Torres e “dei serpenti di cemento che si allungavano lungo le coste svendute”, che nasconde lo sfruttamento dietro l’intento di permettere la rinascita dei sardi. Le relazioni familiari, i problemi coniugali, i rapporti tra padri e figli, a cui si desidera lasciare un’eredità morale e di classe sociale, che non sempre viene accettata proprio perché i tempi stanno cambiando. Ampio spazio viene dato al ruolo della donna all’interno della famiglia e della comunità – infatti solo in apparenza vive ai margini del potere maschile –, testimone delle azioni degli uomini, di cui conosce punti deboli e segreti. Anche gli elementi legati alla spiritualità sono marcati: la devozione, la superstizione, i riti, le credenze popolari concorrono a comporre il quotidiano, specialmente delle donne, coloro che portano il peso della maledizione che per un periodo mina la vita delle partorienti, “tutte aperte col bisturi”, e dei nascituri. Una maledizione che serpeggia tra le vie del paese, insieme ad apparizioni, ombre, voci che danno al romanzo una sfumatura soprannaturale capace di legare la realtà al mito e assottigliare il confine tra la vita e la morte. Una vicenda in cui le certezze vacillano e i misteri, anche dopo avere ritrovato ordine ed equilibrio, restano tali.
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