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Mio carissimo amico

Mio carissimo amico

“Caro signor Barrie, questa è all’incirca la terza lettera che vi scrivo, ma la mia corrispondenza ha la brutta abitudine di non spingersi fino alla posta”... “Caro signor Stevenson... non so se ho scritto io l’articolo di cui parlate. Se è stato pubblicato qualche tempo fa, allora sì, l’ho scritto io. Questo è per dire che ho scritto diversi articoli riguardo la prosecuzione di “Kidnapped”, ma nell’ultimo anno non ne ho scritto nessuno”... “Caro signor Barrie... ho sempre creduto che la parte più dura del destino di un uomo di lettere fosse quella di avere pochi libri da leggere. Persino Hardy mi ha deluso quest’ultima volta, con Tess of the D’Urbevilles, per essere, per quanto ho potuto leggervi, così genuinamente languido e falso verso ogni fatto e principio della natura umana che Hardy dovrà riprendersi in almeno due opere prima che io possa perdonarlo”... “Caro signor Stevenson... spero che conosciate e vi piacciano i libri di Q. Sta lavorando ad un romanzo con 274 personaggi e credo che sia quasi terminato, l’unica cosa è che si dimentica sempre i nomi e per questo deve riesaminare la storia in continuazione”...

Pensare alle conversazioni di due illustri autori come James Matthew Barrie, padre di Peter Pan e Robert Louis Stevenson, padre di Mr. Hyde, tra gli altri, di per sé emoziona e non poco. Erano entrambi scozzesi, Stevenson però trascorse gli ultimi anni della sua vita - quelli occupati anche da questo epistolario - in Polinesia, a Samoa nello specifico. Lo scambio di lettere, al di là dell’evidenza dell’affetto tra i due, mostra il loro punto di vista sulla letteratura, sui colleghi, soprattutto sugli scrittori scozzesi. Ma non solo letteratura, spesso si raccontano delle rispettive famiglie, si scambiano fotografie, scherzano sui rispettivi nomignoli: Allahakbarrie e Tusi Tala, il primo utilizzato dalla squadra di cricket per Barrie, il secondo, ovvero “raccontatore di storie", il nome samoano di Stevenson che nella stessa lettera lascia spazio anche ai suoi familiari e ai rispettivi nomi nativi. E, a parte quando discutono di letteratura e romanzi con il loro linguaggio colto e raffinato, è piuttosto divertente leggere le loro parole quando scherzano, quando parlano delle proprie famiglie, dei propri mondi ed è incredibile pensare che i due non si sono mai incontrati e che in tutto questo rapporto di amicizia c’è stima, rispetto, ma non una conoscenza fisica, una stretta di mano, un abbraccio. Un po’ come gli amici di penna che avevamo da bambini, con consistenza diversa certo, ma probabilmente del tutto simile nello scambio affettuoso. Sono sedici le epistole raccolte in questo piccolo libro, alcune brevissime, altre lunghe e dettagliate, ma di certo ognuna con piccole rivelazioni. Il dialogo proseguirà tra Barrie e la famiglia di Stevenson (che considerava ormai quasi la sua famiglia), anche quando lo scrittore morirà, nel 1894.