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Miss Stress

Miss Stress

Roma, via Cassia. Viola è nell’appartamento di Gibbo, il suo pusher. Parlano del più e del meno mentre Gibbo confeziona la coca sul tavolo della cucina. Viola tira una striscia, prende la sua bustina e la infila nel reggiseno. A breve inizierà “la processione tossica del venerdì” e lei non può restare, ha un impegno per cena. Incontrerà un uomo in uno dei migliori ristoranti di Roma. Si chiama Edoardo, ha quarantaquattro anni, è un industriale della Brianza e ha un sacco di soldi. Ma Viola non ci andrà a letto, non è una escort. È una Mistress, e lui l’ha contattata per essere il suo sottomesso. Il compito di Viola sarà quello di lasciarsi “viziare e venerare” ed è proprio quello che Edoardo desidera, essere un money slave. Vuole una sconosciuta che si approfitti del suo denaro, senza che lui pretenda nulla in cambio. Viola al ristorante ordina vino bianco e spaghetti con l’aragosta, in bagno tira un’altra striscia. Saluta Edoardo, il giorno dopo si incontreranno per la “spremitura” – una sessione di shopping a via Condotti. Fuma due sigarette mentre va a prendere il taxi per raggiungere i suoi amici ad una festa. Ha bisogno di stare da sola e pensare – “Ma io chi sono? Perché sono qui? Perché lo Stronzo non mi chiama?”. Arriva al locale, “tacchi a spillo, abito Valentino, Hermès al braccio destro, male di vivere dentro”. Alcool, altra coca. Poi il blackout. Si sveglia il mattino seguente nel suo letto con la testa che scoppia. Si maledice per aver inviato un messaggio a Samuel da sbronza – “Non è vero che non ti amo più. Mi manchi”. Dopo aver incontrato Edoardo – spremitura rimandata e sostituita da una passeggiata rigenerante a Villa Borghese, il posto preferito di Viola – torna a casa e si riaddormenta finché una telefonata la sveglia verso le quattro. È Claudio, un nuovo cliente che dovrà incontrare la sera. È un looner, un feticista dei palloncini. La avverte che ha preparato cinquanta palloncini e un paio di gonfiabili da mare, le dice di vestirsi comoda, di presentarsi alle otto e di non citofonare...

Esordio letterario della fotografa e body performer romana Anita Dadà – sua anche la bella e provocatoria immagine di copertina –, Miss Stress ci accompagna alla scoperta del mondo BDSM attraverso un piccolo e curioso spaccato di pratiche fetish. Feticisti dei piedi e dei palloncini, amanti di lingerie usata, uomini che la chiamano “Dea” e agognano bere frullati di frutta pestata dai suoi piedi nudi: questi alcuni dei desideri che Viola, professione Dominatrice (“la direttrice di un’orchestra in cui gli strumenti sono le diverse fantasie erotiche”), è chiamata a soddisfare ogni giorno. Un lavoro che vive con passione, serietà e soprattutto in modo non giudicante. Perché, a differenza di quanto si sia spesso portati a pensare, nelle fantasie BDSM non c’è proprio nulla di perverso. Nel BDSM, spiega Viola, “non c’è nulla di sporco, oscuro o malato. Non c’è mai nulla di sporco e malato quando degli adulti decidono consensualmente di donarsi gli uni agli altri.” Il gioco che Viola dirige quando indossa i panni della Mistress richiede limiti, rispetto, consensualità (“i sottomessi non sono mica dei coglioni o degli esseri inferiori; abbiamo ruoli paritari e complementari che si rispettano sempre”). Lo stesso approccio investe le parti prettamente erotiche del romanzo, che ci mostrano il sesso come interazione positiva e gioiosa, esplorazione, divertimento, libertà. Normalizzato, ecco – BDSM o vanilla che sia –, così come dovrebbe essere. Non solo di sesso e di fetish vuole ad ogni modo parlare l’autrice, perché sui tacchi vertiginosi da Mistress cammina anche la “Miss Stress” del titolo. Agli scambi clandestini di mutandine nei bar del Centro si intreccia la vita quotidiana di una giovane ventisettenne alle prese con il lavoro, le dipendenze, una relazione deludente e una nuova bruciante passione. Una ragazza come tante, che dovrà imparare a “riempire i vuoti” e dare il giusto valore a se stessa. Forse più spazio poteva essere concesso alle zone “buie” del passato di Viola, un ménage familiare che si intuisce doloroso ma non viene realmente approfondito e che invece appare fondamentale per comprendere le sue scelte. Ciò detto, rimane la certezza che quella della Dadà sia una voce molto fresca, ironica, in grado di regalare qualche ora di piacevole lettura e, perché no, anche di insegnare qualcosa di prezioso a chi vorrà ascoltarla mettendo da parte ogni pregiudizio.