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Missitalia

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Amalia Spada ha quarantotto anni ed è una temeraria. Durante la sua vita, lunga e furiosa, ha vissuto svariate avventure: è stata sfregiata in faccia e nel costato un paio di volte da un’amica, ma ha dimenticato le ferite e le cicatrici esattamente come i marinai dimenticano i tatuaggi. Se le si chiedesse quando esattamente è diventata temeraria, avrebbe ogni volta una risposta diversa, dettata dal turbamento o dall’evento che ogni volta le si ripropone. Forse è diventata temeraria il giorno in cui ha tagliato i suoi capelli. Amalia abborda un veditore di semi, il cranio pieno di rughe, e gli chiede di poter salire sul suo carretto, per andarsene lontano lontano. Durante una sosta si fa prestare un coltello e si taglia mille ciocche, che volano prima ai suoi piedi e poi nell’aria. La mattina successiva il venditore di semi le fa notare che con i capelli tagliati pare meno bambina. Oppure, forse, è diventata temeraria la prima volta che ha stretto le mani intorno al collo di un uomo, imprigionato sotto di lei. Lei finge di ucciderlo, solo per dimostrare di essere fisicamente e tecnicamente in grado di farlo. A essere sinceri, tuttavia, Amelia dentro di sé è certa di essere diventata temeraria il giorno in cui le viene comunicato che l’intera sua famiglia – tutte le persone da cui lei ha preso in nome e il carattere, inclusa l’incapacità di starsene ferma – è morta, o scomparsa. Che lei, quindi, è rimasta sola. Allora, ispirandosi a una vecchia casa abbandonata che è stata protagonista della sua infanzia , Amalia Spada si costruisce una dimora accanto ai calanchi e lì comincia a ospitare dei viaggiatori che chiedono ricovero per la notte. E gode della compagnia di queste persone, ascoltare le loro avventure la rende saggia; realizza che, rivivendo attraverso i racconti le cronache di paesaggi lontani, può diventare una persona diversa, una che ha visto e che sa le cose. Una capace a sua volta di raccontarle agli altri...

Tre donne, tre A che vivono tra passato e futuro e abitano un Meridione che è la Terra tutta intera. C’è Amalia, che, negli anni che precedono l’industrializzazione, vive in una casa tra i calanchi, lontana dal caos, e offre rifugio a chi, come lei, è alla ricerca di un luogo in cui mostrare senza nascondersi il proprio carattere temerario e il proprio spirito inquieto. C’è Ada, un’antropologa che, nel dopoguerra, visita la Basilicata e si trova completamente avviluppata in un meridione magico e perturbante. E infine c’è A, che vive la Lucania in un futuro in cui quella parte di Italia è divenuta la base per la colonizzazione della luna e il punto di partenza di tutte le navicelle destinate al Nuovo Mondo. Claudia Durastanti, acclamata dalla critica letteraria come una delle migliori autrici italiane degli ultimi tempi, incanta il lettore con un romanzo in cui ogni parola ha un peso e un valore. Durastanti parla di addii, di relazioni, di luoghi e di persone e lo fa servendosi di descrizioni puntuali ed essenziali insieme, utilizzando dialoghi zeppi di poesia e concretezza. L’autrice riesce ad occuparsi dei temi che sceglie – contemporanei e, si può dire, alla moda, come l’ecologia, il post-tecnologico e l’universo femminile – in maniera del tutto originale, affrontandoli in modo creativo. La sua voce è potente e pare non aver alcun filtro mentre racconta con estrema lucidità cosa significhi essere donna; mostra la tenerezza che si nutre verso il proprio passato e le difficoltà che stanno dietro amori conclusi o a lungo inseguiti. Il testo non è di facile lettura, ma è prepotentemente bello; spesso sembra poesia in prosa. Claudia Durastanti ha il dono di riuscire a sorprendere il lettore ed è coraggiosa, molto. Perché ogni volta, a ogni nuovo lavoro, osserva le varie strade che la narrazione le offre e sceglie sempre quella più complessa.