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Monica Vitti

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Fin dal suo primo giorno di vita, Maria Luisa Ceciarelli osserva attentamente tutto ciò che la circonda, soprattutto a causa di un atteggiamento tipico della sua famiglia, in cui le donne non contano proprio nulla. È la piccola di casa dopo due fratelli, ma non è solo il fatto di essere nata per ultima, quanto piuttosto perché è femmina si rende conto delle umiliazioni che subisce sua madre, con suo padre che la tradisce e porta tensioni in ogni giornata. Non per questo lei lo ama meno, ma è una femminuccia e, come tale, deve quindi stare a casa, non deve parlare, deve andare a letto prima degli altri. Tutto questo la fa crescere con un senso di inadeguatezza, con cui guarda, però, il mondo criticamente. Ad alimentare il disagio c’è anche il rapporto conflittuale con Adele Vittiglia, sua madre, dalla quale prende una parte del suo nome d’arte, una donna che non ha mai accettato la sua scelta di recitare, tanto che è solita dire: “Ho un figlio avvocato straordinario... ne ho un altro straordinario che fa il giornalista”, poi abbassando la voce, quasi per non farsi sentire, aggiunge che ha “una figlia attrice”. Già, l’attrice è quello che Maria Luisa vuole fare, ma che fatica! L’Accademia Nazionale di Arte Drammatica, che vuole fortemente frequentare, non l’ammette nell’anno accademico ’49 - ’50. Lo fa l’anno successivo, sostenendo che è maturata. Per entrare deve però sottoporsi a una visita medica, dove le viene riscontrato un problema alle corde vocali che vibrano male. Monica Vitti minaccia il dottore: se dice qualcosa a Silvio D’Amico, mettendo a rischio la sua frequentazione dell’Accademia, lei si butta sotto una macchina. Il medico crede alle minacce e approva il suo ingresso. È la matricola n. 468...

È praticamente impossibile parlare di Monica Vitti prescindendo dalla sua presenza sul set (in prevalenza) o su un palcoscenico. Eppure è stata una donna estremamente intelligente, oltre che una bravissima attrice, che ha puntato tutto sulle donne e sulla ricerca di quell’uguaglianza di genere, pur nella consapevolezza delle differenze. Amava gli uomini, certo, ma erano le personalità complesse delle donne o almeno di alcune figure femminili che attiravano la sua attenzione, tanto da scegliere da sola i personaggi da interpretare e le caratteristiche con cui vestirli. Era solita dire che ogni cosa che lei viveva, veniva poi utilizzata davanti alla macchina da presa e che mestiere e vita sono un tutt’uno. Era, inoltre, fiera di non essere mai andata dallo psicanalista, perché invece di raccontare su un lettino, durante una seduta, la sua vita, lei si raccontava nei film. Forse è per questo che non si riesce a scindere Monica Vitti dal cinema e di sicuro non perché era il “quinto moschettiere” o “quinto colonnello”, dopo Sordi, Manfredi, Tognazzi e Gassman, della commedia all’italiana. La “Magnani chic”, come veniva chiamata, ha avuto un esordio impegnato, con Michelangelo Antonioni, per il quale ha rappresentato l’inquietudine, l’incomunicabilità, la disperazione di certe esistenze femminili, per poi passare a pellicole comiche, non appena la scoprono brillante, ironica, capace di fare ridere. Anche attraverso la commedia si possono denunciare i mali della società, ma con la comicità la censura è magnanima, sottovalutandone la grande capacità di puntare il dito, nascosta sotto il cappello dell’intrattenimento.