In un quartiere malfamato di Parigi, all’interno di un angusto corridoio al settimo piano di un tetro palazzo, Mademoiselle de Vénérande sta cercando l’appartamento, in realtà una lurida topaia, di Marie Silvert, abile fiorista e disegnatrice, alla quale deve commissionare la decorazione di un abito da sera per un ballo in maschera. La giovane aristocratica, di nome Raoule, vestirà i panni di una ninfa delle acque e desidera ordinare dei decori originali per il suo abito: ninfee, sagittarie, lenticchie d’acqua, fiori di loto. Trovata con fatica la porta della Silvert con la chiave attaccata alla toppa, Raoule entra e la investe un odore nauseabondo di mele cotte nel burro e nello zucchero. Disgustata, ma decisa a proseguire, la giovane dopo pochi passi intravede la figura di un uomo, seduto con le spalle alla porta, che sta lavorando di ago e filo a una corona di rose delicatissime che gli cinge il collo e il busto. La vista del giovane rapisce Raoule: non riesce a staccare gli occhi dal candore della sua pelle che esce dal camiciotto slacciato sul petto, da quell’ombra fulva della sua peluria che riprende il rosso dei capelli, dalle labbra “infuocate” sul viso candido e fresco come “la carne compatta e fanciullesca”. Il ragazzo si chiama Jacques ed è il fratello di Marie che è a letto con la febbre e non può concludere i lavori commissionati: per questo se ne occupa lui, pittore dalle spiccate doti artistiche e manuali. Jacques accetta la richiesta di Raoule e tra i due sboccia subito un’intesa, agevolata dalla generosità della ragazza che paga lautamente e anticipatamente il lavoro. Da questo momento in poi il destino di Jacques è saldamente legato a quello dell’aristocratica: follemente innamorata e travolta dalla fisicità del giovane, Raoule è pronta a sfidare qualsiasi imposizione sociale, pur di avere per sé quel giovane e godere di quella passione che passa dai sensi per affondarsi nell’anima. Raoule vive un sentimento totalizzante che la porta a rovesciare i ruoli fino a cancellarli: lei ama il candore femminile di Jacques che desidera possedere con la parte più maschile di sé stessa; lui, travolto dalla passione quasi animalesca di lei, si piega ai suoi desideri e si trasforma ogni volta come lei lo vuole. La storia tra i due viene però ostacolata da Marie, in realtà una prostituta che non intende rinunciare ai guadagni che la relazione tra Raoule e il fratello può fruttarle: Mademoiselle de Vénérande, infatti, con la scusa di aiutare il talento di Jacques, gli paga l’affitto di un atelier- alloggio, cercando di escludere Marie. Raoule, per affrontare la situazione sempre più intricata, chiede aiuto a uno dei suoi tanti corteggiatori, monsieur de Raittolbe, ex ufficiale degli ussari, che però, del tutto inaspettatamente, si lascia travolgere anche lui da una passione dai contorni sempre più indefiniti...

Rachilde è lo pseudonimo di Marguerite Eymery, nata a Périgueux nel 1860. Marguerite trascorre l’infanzia nella grande biblioteca del nonno, dove ha la possibilità di accedere a volumi non sempre adatti a una ragazzina: i genitori però la lasciano spesso sola e lei si appassiona molto presto alla letteratura, tanto da cominciare a scrivere racconti a dodici anni. Lo pseudonimo, Rachilde, è frutto della sua fantasia: la scrittrice alle prime armi dice di aver ricevuto la visita soprannaturale di un nobile svedese, un certo Rachilde, che poi le avrebbe dettato i suoi racconti. In realtà questa storia rappresenta un espediente per scrivere anche fatti scabrosi, riuscendo a passare la censura della madre che credeva nello spiritismo. Presto la giovane scrittrice si appassiona di temi riguardanti l’identità di genere e la sessualità femminile. Nel 1878 si trasferisce a Parigi, dove sposa lo scrittore Alfred Vallette, con cui fonda la rivista letteraria Mercure de France e una casa editrice per giovani talenti. La coppia si inserisce molto presto negli ambienti letterari e diventa promotrice di un salotto in cui si incontrano poeti e scrittori simbolisti e decadenti, tra cui lo stesso Oscar Wilde. Monsieur Vénus, pubblicato nel 1884, è in parte ispirato ad alcuni fatti autobiografici: la stessa scrittrice, come Raoule, amava vestirsi da uomo e girare per le strade di Parigi, sfidando non solo le regole sociali ma la legge francese, tanto che nel 1885 le fu accordato un permesso speciale dalla Prefettura della polizia per vestire abiti maschili in pubblico. Il romanzo è intriso della vita parigina di fine Ottocento: l’atmosfera decadente si respira nelle descrizioni, quasi dannunziane, di interni, di abiti e di oggetti, nella suscettibile e vivace sensualità della protagonista, nella sua ferma volontà di essere à rebours, come il celebre romanzo di Huysmans. Una differenza di fondo però appare chiara fin dalle prime pagine: se i maestri del Decadentismo volevano dimostrare quanto vita e arte si potessero mescolare e confondersi l’una con l’altra, Rachilde vuole prima di tutto affermare la libertà di autodeterminarsi, a prescindere dalle convenzioni sociali. In un confronto con de Raittolbe, la ragazza sostiene di essere “una di quelle creature che si rivoltano all’idea di perpetuare una razza impoverita o di elargire un piacere che non condivideranno”. La protagonista, infatti, afferma il diritto di vivere liberamente la propria sessualità, abbandonandosi alla passione per Jacques al di fuori degli schemi imposti. Per essere libera di amarlo come sente e come può, Raoule forza le convenzioni sociali e le rovescia dall’interno, rimanendo però vittima della stessa ambiguità di ruoli che per prima aveva scelto. Se quindi risulta difficile trovare ancora godibili e soprattutto attuali romanzi estetizzanti come Il piacere o À rebours, il libro di Rachilde rimane assolutamente moderno per i messaggi proposti, all’epoca certamente rivoluzionari: non solo in queste pagine si rivendica alla donna il diritto alla propria sessualità a prescindere dal rapporto con un partner maschile, ma si sostiene che l’identità di genere può avere contorni sfumati e che la fluidità, come del resto l’imprevedibilità, fa parte della vita.