Salta al contenuto principale

Monteruga

Monteruga

Alle cinque di mattina, a Monteruga il tempo si ferma. Non che nel resto del giorno ci sia molta vita, in questo piccolo borgo nel cuore del Salento, dimenticato da Dio ma soprattutto dagli uomini. Eppure, in quell’ora che precede il sorgere dell’alba, ad Angelo sembra sempre che il tempo si metta in pausa: lo scirocco allenta la sua morsa, i grilli terminano il loro canto e anche la polvere si posa, prima di tornare a vorticare nel nuovo giorno. A dare il segnale, il torrino dell’acquedotto che – preciso come un orologio svizzero – dà inizio all’ora di pace. Anche quella notte, Angelo ha spalancato gli occhi nel momento esatto in cui tutto si ferma: un giro di ispezione, giusto per recuperare il filo del sonno perduto, rincasare e attendere un nuovo giorno. È a Monteruga da qualche mese, custode di un paese dove sono rimasti solo gli edifici; lui unica anima viva che si aggira in quello che un tempo era stato un luogo di vita e aggregazione. Tutto è come è stato lasciato, come l’ha visto la prima volta: le erbacce nella piazza; il portone della chiesa semi aperto; i calcinacci caduti e la firma dei vandali nelle case. Il vento si è rialzato, segnale che l’alba è vicina e che è ora di rientrare. Una linea più chiara si staglia all’orizzonte, mentre Angelo si avvicina al cubo bianco che ormai è la sua dimora. È quasi giunto alla fine della piazza, quando un rumore secco alle sue spalle lo fa girare improvvisamente. Accanto a una delle palme, è appoggiata una donna, “non troppo alta, né troppo bella [...] con un vestito leggero, scuro e a fiori bianchi, di quelli che si indossano nei giorni di festa”...

È un Salento molto lontano da quello che siamo abituati a vedere nelle foto sui social o sui dépliant turistici, quello rappresentato da Anna Puricella nel suo primo romanzo. Sebbene vicinissimo alle mete più gettonate del turismo pugliese, pochi conoscono la storia di questo paese costruito intorno agli anni Cinquanta nelle campagne tra San Pancrazio, Veglie e Lecce per dare un luogo da abitare ai numerosi contadini impiegati nel lavoro nei terreni vicini; una fortuna, quella di Monteruga, durata sino agli anni Ottanta quando, complice l’attrattiva di paesi e città più grandi e dotate di maggiori comfort, la popolazione lasciò il paese trasformandolo in un borgo fantasma. Da allora, tutto è rimasto immutato: la grande piazza, la chiesa, le case, gli edifici adibiti alla lavorazione dell’uva e delle olive, visibili ancora oggi (il paese ora è proprietà privata e quindi non più accessibile). Un luogo diventato “eterna ossessione” per l’autrice che lo rende – nella narrazione – co protagonista della storia, insieme ad Angelo, il custode. Custode non solo perché è quello il suo ruolo, ma anche – e soprattutto – perché portatore della memoria legata a quel posto, personale e condivisa, e di cui ne diventerà consapevole solo nella parte finale del libro. Ambientata negli anni Novanta, la storia regala al lettore l’immagine del Salento di trent’anni fa, caratterizzato dall’asprezza del territorio, dove la vita di paese era intrinsecamente legata a quella dei suoi abitanti, in un gioco di appartenenze dal quale era difficile sbrogliarsi e dove regnava il costante senso dell’attesa: di un cambiamento, di un ritorno, di un matrimonio o anche solo del calmarsi dello scirocco. Ed è questo il maggior pregio del romanzo: quello di dare concretezza a una parte di Salento ancora misconosciuta, e – proprio per questo – ancora più bella e autentica.