Salta al contenuto principale

Monteverde

Monteverde
Guido Orsini ha trent'anni e da qualche tempo incontra cani con gli occhi di due colori differenti che sembrano emissari di un misterioso potere che lo spia, lo controlla, lo bracca. Comprensibile allora che gli venga voglia di fare bilanci della sua pur giovane vita, che mescoli ricordi e pensieri, invettive e ironia: e allora ecco l'home-video come rifugio della fase di stanca di ogni coppia, il microcosmo degli uffici stampa delle case editrici e dei recensori di libri, il passaggio dall'autoradio estraibile e dalle compilation su cassetta che ci voleva un giorno intero a farle all'asettico strapotere dell'iPod, il servizio civile, la passione per l birra e i mug un po' kitsch, la fenomenologia delle collaboratrici domestiche, gli zerbini, il giardinaggio, la rivista letteraria dei tempi dell'Università, l'esordio nel lavoro all'alba dell'Era dello Stage e la pazzesca esperienza come inseritore notturno, il giornalismo tritatutto e cialtrone di oggi visto dal di dentro, l'impatto con l'insostenibile leggerezza della cultura giovanile del XXI secolo dando ripetizioni, la passione senza se e senza ma per la Roma, l'esperienza come arbitro nel calcio giovanile, le donne, la rabbia, i Radiohead...
Vicinanze e lontananze, vicinanze e lontananze. Esce un libro intitolato Monteverde - sì, lo so che parte come un romanzo, ma ben presto diventa qualcos'altro - e vuoi che non mi emozioni? È il quartiere romano nel quale sono nato, vivo e vivrò, è il territorio di appartenenza che come Gianfranco Franchi ostinatamente rivendico facendo finta di non notare le alzatine di sopracciglio, con buona pace di chi non riesce a comprendere (o a digerire) il campanilismo ‘circoscrizionale’ dei romani. Vicinanze, quindi. E al tempo stesso lontananze. L’autore specifica con puntiglio di essere born in Monteverde Vecchio, io sono di Monteverde Nuovo (e qui – chiediamo venia ai lettori – arriviamo a cavilli da iniziati, temo): lui villette e stradine silenziose, io palazzi a cortina anni ’60/70 e strade trafficate. La dicotomia è anche sociale: lui cresciuto in un’atmosfera borghese, donna di servizio, buone letture, io tra vernacolo romanesco à la Sora Lella, panni stesi, diffidenza verso la cultura. E che dire dell’approccio politico alla realtà? Intuisco il suo opposto al mio, sebbene giurerei che entrambe le militanze siano state (siano?) assai ereticamente vissute. Lontananze. Ma anche vicinanze, ancora: la passione feroce per la A. S. Roma, la frequentazione tra sberleffo e distacco dell’ambiente editoriale, il rock. Ogni sensazione di empatia però si infrange senza pietà sullo scoglio dell’età: l’autore, che è nato nel 1978, lancia virulente invettive contro le giovani generazioni e denuncia senza mezzi termini il gap culturale che avverte come una ferita. Io, che sono del 1968, provo per le sue coordinate, per il suo background, quello che lui prova per quello di uno nato nel 1988, c’è poco da fare. Per me i Radiohead sono “quel gruppo di pischelli del quale ho ascoltato il promettente EP con quel pezzo orecchiabile, come si chiama? Ah, sì, Creep”, per me il Capitano è Agostino Di Bartolomei, non Giannini né tantomeno il pure immenso Totti. Non che freghi a qualcuno, parliamoci chiaro. Ma tant’è, mi sono lasciato trasportare: anche i recensori hanno un cuore.