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Morire per vivere

Morire per vivere
Nel giorno del suo settantacinquesimo compleanno, John Perry compie due azioni: visita la tomba di sua moglie e (stranamente) si arruola volontario nell’esercito delle “Forze di Difesa Coloniali”. Mentre è al cimitero, ricorda con precisione i dettagli della morte di sua moglie, avvenuta all’improvviso dieci anni prima. La moglie stava preparando la pastella per le focacce quando, ad un tratto, “era sul pavimento con l’ictus che si faceva strada nel cervello”. Perry legge la breve frase sulla lapide, “Katherine Rebecca Perry. Moglie e Madre Adorata”, e riflette sul fatto che quella definizione, pur se perfetta, è al tempo stesso profondamente inadeguata. Nessuno potrà mai cogliere, infatti, l’essenza della vita e della personalità della donna, e Perry stesso odia leggere quelle parole e rifletterci tutte le volte allo stesso modo. Ancor più precisamente, egli odia andare al cimitero a parlare con una lapide “come fanno tutti gli anziani”. Quando era giovane chiedeva spesso alla moglie stessa che senso avesse andare al cimitero: “il mucchio di carne putrida e ossa che prima era una persona, non è più una persona; è solo un mucchio di carne putrida e ossa”… 
Inizia così, in maniera alquanto atipica per un romanzo di fantascienza, l’acclamato e pluripremiato romanzo di esordio del blogger John Scalzi. Il titolo originale è Old Man’s War, forse meno accattivante dell’italiano Morire per vivere ma molto più rivelatore rispetto al nucleo tematico del libro. Questo ruota infatti intorno ai temi della morte – con la quale l’autore fa drammaticamente esordire la storia – dell’invecchiamento, del prolungamento della vita, della rigenerazione cellulare, della eterna giovinezza e, ovviamente, della guerra. Nel giorno del suo settantacinquesimo compleanno, come veniamo a sapere proprio dalla voce stessa del personaggio, Perry si arruola volontariamente nell’esercito. Le “Forze di Difesa Coloniali”, le quali proteggono le colonie umane da una nutrita serie di alieni nemici e belligeranti, hanno infatti avviato un progetto di reclutamento-uomini alquanto particolare. Allo scadere dei settantacinque anni, infatti, viene garantito ai volontari un ritorno alla giovinezza attraverso sofisticate tecniche di allungamento della vita. Allo stesso tempo, grazie a un altrettanto sofisticato transfert di coscienza, i soldati si trovano ad avere un corpo giovane e scattante conservando la mente e l’esperienza di persone adulte e mature. E attraverso questa apparentemente invincibile task force, l’esercito combatte alieni che, nel romanzo, appaiono come l’incarnazione del male e dell’ignoto. Le loro culture, il loro senso etico, la loro filosofia di vita sono spesso viste come impenetrabili e appunto “alienanti” per il genere umano. L’unica certezza è che, essendo le risorse biologiche sempre più scarse, gli alieni – o meglio tutte le specie dell’universo – sono pronte a combattere con tutti i mezzi a loro disposizione. Se la metafora sembra scontata e banale, il libro risulta pregevole, all’interno del genere, per almeno due motivi: l’ottima caratterizzazione dei personaggi (specie, ovviamente, quella del protagonista) e un ritmo incalzante che, nonostante lo stile per nulla ricercato o originale, mantiene nel lettore un senso costante di curiosità. Oltre a questo, la doppia ambivalenza gioventù/vecchiaia, vita reale/vita artificiale si presenta come terreno estremamente fertile per una riflessione etica. Ai “vecchi” soldati, prima di farli tornare giovani, viene detto apertamente che moriranno entro un arco di tempo che va dai tre ai dieci anni. Ed è lo stesso arco di tempo durante il quale morirebbero di vecchiaia se rimanessero sulla terra ad aspettare il corso naturale della vita. Da qui l’irrisolvibile e sfaccettato dilemma: meglio morire anziani affrontando tutti i dispiaceri e i mali della vecchiaia o provare di nuovo l’ebbrezza della gioventù, ma morire in guerra (da “giovani”) affrontando le atroci violenze del conflitto?