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Morte al filatoio

Morte al filatoio

Bologna, novembre 1592. Dalle finestre dell’ospizio, quelle che danno su via Cartoleria Nuova, entra poca luce. La sera sta scendendo e Don Tomasso si alza dalla sedia sulla quale è rimasto a lungo per far quadrare i conti. I numeri gli si confondono davanti agli occhi e gli occhiali paiono non servire a tanto. Anzi, da vicino gli pare di stare molto meglio senza. Non può accendere una candela - la cera costa troppo e le offerte dei fedeli, in quel periodo di carestia, sono sempre più modeste - e la lucerna a olio fa una luce molto debole alla quale Don Tomasso preferisce quella calda del camino. Il prete prende il breviario dall’angolo del tavolo e va a sedersi sulla panca davanti al fuoco. Legge un passo dell’Apocalisse, poi alza gli occhi verso la finestra. Il periodo che Bologna sta attraversando è durissimo: carestia e fame dominano ogni giornata e la morte è sempre in agguato. La porta si apre all’improvviso e dalla tromba delle scale arriva un vociare confuso in mezzo al quale è nitida la voce di una donna. L’uomo anziano che si affaccia all’uscio invita Don Tomasso a scendere di sotto, dove è scoppiata una rissa e una donna è stata ferita. Si tratta di una baruffa tra alcuni pellegrini in cerca di lavoro che, insieme a una donna, hanno trovato riparo nella stanza del fuoco - l’ospizio in genere offre un pagliericcio su cui dormire e un piatto di minestra a chiunque ne abbia bisogno. Tra la donna e uno degli uomini è scoppiata una lite, a causa di una mela, che si è conclusa con il ferimento della donna a un braccio. Tomasso riesce a calmare gli animi, poi se ne torna davanti al fuoco, riapre il breviario e ricomincia la lettura lì dove l’aveva interrotta. Dopo una notte piuttosto lunga, appena fatta luce il Don si avvia verso il tribunale del Torrone, per denunciare il reato di cui è stato testimone la sera precedente. Il notaio è come sempre seduto al suo scranno e sta raccogliendo un’altra denuncia, quella di una donna ancora giovane che agita con foga un foglio di carta coperto di scritte...

Un thriller ambientato nella Bologna del XVI secolo, una città che mostra una veste inedita e si presenta piena di vie d’acqua. Un prete, che si occupa di aiutare il prossimo come meglio può, coinvolto in un caso di denuncia per diffamazione e, successivamente, in una doppia indagine su un omicidio e una sparizione. Si tratta di Padre Brown, il fantastico e mite protagonista dei racconti di Chesterton? Niente affatto. Protagonista del romanzo di Ottavia Niccoli - già docente alle Università di Bologna e di Trento, autrice di saggi, tradotti a livello internazionale, su Rinascimento e Riforma e alla sua prima esperienza nel genere thriller - è Don Tomasso, umo dal temperamento tutt’altro che mite, ma sanguigno e a volte collerico, che dirige l’ospizio di San Biagio e offre rifugio e un pasto caldo a chiunque gli chieda ospitalità. Siamo in un periodo in cui l’industria della seta sfama mezza Bologna e i filatoi utilizzano imponenti macchinari mossi dalle vie d’acqua che ancora oggi sono visibili sotto le cantine di parecchie case della città. In un clima di povertà e ristrettezze, la Niccoli mostra al lettore l’impegno di questo uomo di chiesa, che si trova - aiutato da un ragazzino tanto sveglio quanto intollerante alle regole - a dover far luce su diversi casi complessi che lo conducono alla scoperta di verità scottanti, legate anche al suo passato e al segreto - relativo ai suoi natali - che l’uomo vorrebbe preservare. La ricerca della verità è un cammino arduo per Don Tomasso, che deve scontrarsi con l’omertà di qualcuno e le minacce di altri. Ma l’uomo non si ferma e riesce a trovare il bandolo di una matassa parecchio contorta, mentre consente al lettore di immergersi completamente in una realtà del tutto diversa da quella odierna e riportata dalla penna dell’autrice con una precisione sorprendente, senza tuttavia apparire pesante o troppo erudita. Un romanzo che si legge tutto d’un fiato e che presenta un protagonista del quale si spera di leggere in futuro nuove avventure.