Salta al contenuto principale

Morte a oriente

morteaoriente

È il febbraio del 1905. Sam Wyndham, giovane agente da poco entrato in polizia, è di pattuglia nella zona di Whitechapel insieme al sergente Withelaw. Vengono richiamati dalle grida di una donna e mentre il sergente si occupa di soccorrerla, Wyndham insegue senza successo uno dei due assalitori. Tornato sui suoi passi scopre che la donna altri non è che Bessie, oggi signora Drummond, con cui aveva una relazione fino a pochi mesi prima, finita bruscamente su sollecitazione/imposizione dello zio magistrato che lo ha aiutato a entrare in polizia. L’aggressione non ha provocato danni, ma solo pochi giorni dopo la donna viene trovata morta nel suo letto. Il classico delitto della porta chiusa… Sono passati diciassette anni e oggi Sam, diventato capitano, da cinque anni vive e svolge la sua mansione a Calcutta. Ma la dipendenza dall’oppio che ha sviluppato ha raggiunto un livello tale da mettere a rischio la sua stessa permanenza in polizia. Decide così di andare ad Assam – una regione piuttosto sperduta - in un ashram dove i monaci si occupano proprio di disintossicare chi davvero lo voglia. Il viaggio verso la lontana regione dura tre giorni. Mentre vaga cercando di capire se e quando partirà il treno, Wyndham scorge tra la folla il volto di un uomo che dovrebbe essere morto, un feroce assassino. Il capitano non sa se lo ha visto davvero o se è una visione dovuta alla sua mente annebbiata. Arrivato all’ashram affronta qualche giorno terribile e il volto intravisto alla stazione, pur senza essere dimenticato passa in secondo piano. Durante i pochi giorni del soggiorno, un giovane belga anche lui in fase di disintossicazione viene trovato morto e Wyndham, anche se fuori giurisdizione, è pur sempre un poliziotto…

Il quarto romanzo che vede protagonista il giovane poliziotto inglese Sam Wyndham a Calcutta sembra quasi chiudere un ideale cerchio. Il plot giallo classico, che segue lo schema della camera chiusa che richiama la Christie o Conan Doyle, è costruito a regola d’arte ma il senso del romanzo è altro, come da precisa scelta narrativa dichiarata dallo stesso autore: è qualcosa che si concentra, in virtù dei tempi bui che percepisce nel Regno Unito (dove è nato e vive) relativamente al problema del razzismo, sulla non accettazione dell’altro. Un problema che Abir Mukherejee affronta ambientando i suoi romanzi in un Paese che ha subito un’invasione. I ricchi sono inglesi e piaccia o meno i “nativi”, così vengono chiamati gli autoctoni, mantengono la loro identità e i loro stili di vita subendo comunque l’arroganza dei bianchi. Sono indiani i domestici, i lavoratori “sfruttati” che non hanno accesso ai club e sottostanno alle leggi imposte dai colonizzatori. La vicenda raccontata è strettamente legata a quanto avvenuto molti anni prima a Londra, dove la situazione - per quanto apparentemente diversa - è in realtà forse ancora più pesante per gli immigrati, soprattutto ebrei fuggiti dai pogrom russi. Un modo di affrontare il razzismo decisamente inconsueto, penso a Joe R. Lansdale che è comunque però un uomo bianco in un Paese di bianchi. Forse perché di origini indiane, ben chiare sia nell’aspetto che nel nome sebbene Mukherejee sia nato e cresciuto in Scozia o forse per mero talento, all’autore risulta facile avere una percezione più concreta del fenomeno. Rimane il fatto che il romanzo nel suo complesso è davvero ottimo, la scrittura è lineare e scorrevole, mai pedante o pesante nonostante la “denuncia” di fondo e l’argomento potrebbero facilmente permetterlo. La traduzione in mano a Colitto è splendida e chi legge sa quanto importante o devastante possa essere una traduzione. Assolutamente da leggere se si ama il giallo e se si vuole un romanzo che, esaurita la funzione ludica, lasci degli spunti di riflessione scevri da qualunque presa di posizione che non sia quella del vecchio e mai troppo usato buonsenso.