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Mosaico Ucraina

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Durante la liberazione di Praga, avvenuta nel maggio del 1945, l’esercito dell’Unione Sovietica catturò migliaia di soldati e ufficiali tedeschi, tra i quali oltre trecento generali. E questa fu l’ultima operazione dell’Armata Rossa in Europa durante il secondo conflitto mondiale. L’esercito russo poteva contare su giovani soldati che arrivavano da ogni parte dell’URSS: c’erano anche i cechi della Volinia, i cui antenati erano andati a vivere nelle proprietà agricole collettive dell’Ucraina negli anni Sessanta dell’Ottocento. Arrivati senza quasi un soldo in tasca, questi pionieri si erano adattati perfettamente alle regole dei kolchozy ed erano riusciti a prosperare e a costruirsi una vita serena e appagante. I figli dei loro figli, però, volevano tornare in patria. Bramavano di tornare in quella terra dove posavano e resistevano le loro origini, per cui quando l’esercito sovietico li chiamò a combattere contro i nazisti e a liberare Praga, loro accettarono quasi subito con la richiesta di poter poi restare nella loro terra di origine quando la guerra fosse terminata e la vittoria fosse stata certa. In realtà i cechi della Volinia dovettero aspettare più di un anno affinché questa promessa strappata ai vertici dell’URSS venisse realizzata, e il 10 luglio del 1946 a Mosca venne firmato l’accordo che permetteva ai cechi della Volinia di tornare in patria, alla condizione di lasciare in Ucraina tutto quello che avevano costruito per generazioni e con il sudore della propria fronte. Una soluzione, in realtà, che non scontentava nessuno: i cechi erano disposti a ricostruirsi una vita e un lavoro nella loro vera patria e gli ucraini - che li avevano sempre trattati da amici e non da ospiti - li lasciarono andare pacificamente anche se affermarono che gli sarebbero mancati, appunto, come amici…

Questo è il senso dell’intero saggio di Olesja Jaremčuk, giornalista e scrittrice di Leopoli: presentare ai lettori un aspetto inedito e praticamente sconosciuto dell’Ucraina, ovvero, come anticipa lo stesso titolo del saggio, una terra-mosaico nella quale culture, lingue e popoli diversi hanno trovato casa in una convivenza insolita e antica. Quattordici minoranze etniche così differenti tra loro che di più sarebbe impossibile, ma che abitano la stessa terra e finiscono per parlare tutti la stessa lingua. Come gli svedesi di Ucraina, che mai usano il loro idioma al di fuori della loro casa e della loro famiglia, come gli ebrei e i tedeschi e gli ungheresi e gli armeni. Piccole comunità arrivate da secoli e integratesi così bene da non essere quasi mai considerate veramente straniere ma solo una particolarità che arricchisce la terra ucraina, un valore aggiunto di usi e culture. E la Jaremčuk è proprio questo che va a scoprire e documentare nel suo lungo viaggio di oltre undicimila chilometri all’interno della propria terra. Da brava cronista appunta e cerca di comprendere lei per prima, da ucraina rimane incantata e sorpresa dalla sua stessa terra, come una turista qualsiasi, come qualcuno che ancora sa stupirsi di ciò che di insolito la sua nazione sa offrire e custodire. Mosaico Ucraina è un viaggio, è una scoperta. Il lettore lo capisce fin dalle prime pagine e si appassiona, dimenticando l’etichetta di saggio e reportage perché l’autrice è bravissima a raccontare soprattutto le storie e gli uomini più che la geopolitica dell’Ucraina. Leggere la Jaremčuk è istruttivo senza essere scolastico o didascalico, è emozionante perché il suo modo di parlare e presentare le “minoranze” è profondamente sentito e i lettori questa cosa la percepiscono e la condividono, anche grazie alla precisa traduzione di Claudia Bettiol. Sempre da brava giornalista l’autrice informa e comunica e mai in nessuna pagina forza sulla propaganda o sul personalismo, altro punto assolutamente a favore di Mosaico Ucraina che rimane, per questo, uno dei saggi sull’argomento più affascinanti pubblicati nel 2022.

LEGGI L’INTERVISTA A OLESJA JAREMČUK