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Murate vive

Murate vive

Marianna De Leyva nasce a Milano nel 1575. È figlia di Martino, aristocratico spagnolo col titolo di conte di Monza, e della nobildonna Virginia Maria Marino, vedova e madre di altri 5 figli. Marianna nasce da un matrimonio di puro interesse, essendo la madre donna molto ricca e con conoscenze importanti, due cose a cui il conte era molto sensibile. Alla morte della madre, solo un anno dopo la sua nascita, la piccola Marianna viene affidata dal padre a una zia glaciale e bigotta. Il suo futuro è già stato deciso: entrerà in un convento, con la scusa di dare lustro al nome della famiglia (“Cara, è una femmina…dovrà portare alto il suo nome, le farò prendere i voti e la farò diventare badessa del monastero di Santa Margherita! Tutto il feudo si inchinerà a lei!”); in realtà il conte se ne voleva liberare per mettere mano alla sua dote. Inutili sono le proteste della ragazzina, che entra nel monastero delle Benedettine/Umiliate di Santa Margherita a tredici anni. Per la sua nobile origine ottiene un trattamento diverso dalle altre novizie e poi dalle suore, anche perché il padre ha deciso che poiché “la contea di Monza ci frutta una buona rendita, tu diventerai Signora della città e governerai in mio nome” e amministrerà anche la giustizia. La vita nel convento non è adatta a una ragazzina che aveva sogni completamente diversi e Virginia Maria (questo il suo nuovo nome) ne soffre profondamente fino a quando, dopo la professione, viene inserita in un gruppo di coetanee che hanno subito la sua stessa monacazione forzata e gli spigoli del suo carattere si arrotondano; non migliorano però il suo rifiuto per una religiosità artificiosa fatta di “pratiche da compiere o di tradizioni da rispettare” e questo formalismo “lasciava aperta la porta alle tentazioni e ai rimpianti”. Nominata maestra delle educande, una notte scopre una di loro che scambia effusioni con un ragazzo, attraverso la finestra della sua cella. Il giovane è il nobile Giampaolo Osio che vive nel palazzo vicino al monastero. Gli sguardi tra Suor Virginia Maria e Giampaolo daranno il via a una situazione alquanto compromettente…

Bruna K. Midleton, scrittrice inglese ma italiana d’adozione, prende spunto sia da una storia realmente accaduta sia da una pratica, quella della monacazione forzata, che ebbe il suo culmine proprio nel XVII secolo, periodo in cui Midleton situa il racconto di Marianna De Leyva. Se ve lo state chiedendo, sì, Suor Virginia Maria è la Gertrude de I Promessi sposi, Giampaolo Osio è Egidio: Manzoni scelse nomi fittizi. Come in tutti i romanzi storici, l’autrice mischia fatti realmente accaduti a fatti di sua immaginazione che sono però o devono essere perfettamente verosimili, inserendoli nelle pieghe non conosciute della Storia. Il romanzo storico in Italia ha il suo culmine nel 1827, quando Alessandro Manzoni redige la prima stesura di quello che sarebbe divenuto il suo capolavoro; in una lettera all’amico Fauriel, scrive che i personaggi devono essere “così simili alla realtà che li si possa credere appartenenti ad una storia vera”: il romanzo storico sta tutto in queste parole. Documentazione, ricerca, studio sono alla base di questo genere “ibrido”, un po’ storiografia un po’ narrativa. Nel nostro caso specifico, si sa che Marianna/Virginia Maria/Gertrude è effettivamente esistita, che la sua vita è stata come è stata, che Giampaolo Osio è storicamente esistito, come Suor Ottavia e Suor Benedetta. Tutto ciò che vi gravita intorno resta sospeso tra il vero e il verosimile. Il pregio di questa opera sta nell’aver posto l’attenzione sulla drammatica questione della monacazione forzata, branca al femminile del maggiorascato che, nel diritto successorio prevedeva il passaggio dell’intera eredità patrimoniale al figlio maggiore. Gli eventuali figli minori erano destinati alla carriera militare o religiosa. Le figlie erano costrette alla vita monacale (come ci narra Midleton non era possibile decidere autonomamente) per salvaguardare le ricchezze famigliari, non dovendo spendere per la dote in vista di un matrimonio o per non averle sul groppone per tutta la vita nel caso le sventurate non fossero gradevoli alla vista e quindi non maritabili. L’autrice ha una scrittura scorrevole, i dialoghi sono in una lingua plausibile per l’epoca. Peccato per un paio di “interpretazioni grammaticali” un po’ naif: un “giacché” a inizio frase che non si sviluppa e una principale che inizia con un “La quale” anziché attendere al suo destino, cioè di essere una subordinata relativa introdotta da un bel “che”. Al di là di questo, romanzo gradevole.