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Mussolini il capobanda

Mussolini il capobanda

Il Fascismo non è ancora morto. Purtroppo rimane nell’immaginario di una parte della popolazione l’idea che Mussolini, almeno fino al 1938 con l’approvazione delle Leggi Razziali, pur avendo governato con grande severità il popolo italiano, abbia anche realizzato riforme essenziali in molti settori. Abbia costruito palazzi e infrastrutture per lo sviluppo del Paese, bonificato aree fino ad allora mai recuperate, regolato i servizi pubblici. Anche se tutto questo in parte è vero, il costo è sempre stato elevato. La realtà storica è ben lontana dalla fantasia popolare. Il Fascismo nasce all’insegna della repressione e della violenza, fin dalle azioni dei Fasci di Combattimento finalizzate a reprimere gli avversari socialisti e comunisti e a portare l’ordine attraverso le spedizioni punitive contro operai e contadini, che protestano per i loro diritti. Eppure in quel contesto storico non sanno opporsi a questi delinquenti Vittorio Emanuele III e la regina Margherita, ma nemmeno gran parte della classe liberale allora al potere, convinta che l’opera di Mussolini possa risolvere i disordini sociali legati alla crisi economica del primo dopoguerra, nella certezza di poter controllare con estrema facilità il futuro dittatore una volta inserito in Parlamento. Ma non è così. Dalla spedizione punitiva contro la popolazione del quartiere romano di San Lorenzo – gli uomini che nell’ottobre del 1922 cercano di impedire il passaggio delle camicie nere, sono in seguito presi nelle loro case e gettati dalla finestra - all’omicidio di Giacomo Matteotti, il regime fascista dà prova del suo carattere aggressivo già nella prima metà degli anni Venti, mentre prepara la sua scalata al potere assoluto. Seguono i quarantamila morti in Libia per riprendere la colonia finita sotto il controllo di popolazioni arabe e le vittime dei gas durante la guerra di Etiopia, fino all’accordo con i Nazisti e l’ingresso in modo assolutamente da sprovveduti nella Seconda guerra mondiale. Uno degli ultimi terribili ricordi dell’operato del Fascismo ci rimanda al periodo della Resistenza, quando a Roma i Nazisti catturano gli abitanti del ghetto ebraico, i Fascisti imprigionano il popolo semita di Venezia, bambini in età da asilo compresi: in tutti e due i casi l’obiettivo è la deportazione nei campi di sterminio. I Fascisti non possono essere perdonati degli orrori che hanno commesso, sia prima che dopo l’avvicinamento alla Germania; Mussolini non può essere esonerato dalla responsabilità di capo supremo del regime. A pochi mesi dall’omicidio Matteotti, il 1 gennaio del 1925, le parole pronunciate dal Duce in parlamento restano una prova inconfutabile della sua crudeltà: “Se il fascismo non è stato altro che un’associazione a delinquere, io sono il capo di questa associazione a delinquere”...

Aldo Cazzullo dedica la sua opera a tutti gli oppositori antifascisti che per difendere i propri ideali sono andati incontro alla morte, a cominciare dai personaggi di cui tutti abbiamo sentito parlare a scuola, come Antonio Gramsci, Giovanni Amendola e Piero Gobetti – quest’ultimo scomparso dopo essere emigrato in Francia – morti per le conseguenze delle percosse subite e della reclusione, ad arrivare alle vittime anonime, persone del popolo perseguitate spesso anche solo per essere stati sospettati potenziali oppositori del regime. La sua è una riflessione attenta sulla condizione storica del ventennio fascista, con l’intento di dare l’impressione del clima di terrore e diffidenza che regnava tra il popolo. Cazzullo, scrittore onesto e ben documentato, è interessato a offuscare una volta per tutte il falso mito del “Duce buono”. Per far questo si deve spingere a smentire convinzioni consolidate nell’immaginario popolare, come la certezza che il Duce fosse un grande amatore: in realtà, malgrado le molte donne che ha avuto, sembra che nei loro confronti sia sempre stato aggressivo e possessivo. “Mussolini giudicava la donna una parentesi gradevole nella vita dell’uomo – ha spiegato l’autore durante una sua partecipazione a Domenica In – ma pensava anche che quanto più l’uomo è intelligente, tanto meno ha bisogno della donna. Io credo sia esattamente l’opposto.” L’intento del giornalista è di erudire il lettore, non certo di criticarlo. Di stabilire con lui una comunicazione dove a prevalere devono essere le testimonianze storiche. La trattazione di Cazzullo segue anno per anno la vita di Mussolini fino alla Repubblica Sociale Italiana, senza mai mancare di aggiungere dettagli e particolari in grande abbondanza, tanto da rendere la sua opera, al di là dell’opinione personale, una ricostruzione che non può non interessare. Lo fa, ad esempio, per le vicende che tra il 28 e il 29 ottobre 1922 portarono Mussolini a diventare presidente del consiglio, citando tutti i tentativi compiuti dal sovrano nel giro di poche ore di costituire un governo alternativo guidato da Salandra. Tutto questo senza mai abbandonare un linguaggio accessibile, privo di inutili intellettualismi, e con una sintassi scorrevole. Insomma, il linguaggio del buon giornalista. Spesso Cazzullo confessa al lettore che teme di annoiarlo con la sua abbondanza di fonti, ma la forza di questo saggio risiede proprio nella sua completezza.