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Nannina

nannina

A detta di Adelina, Stephanie è una bambina “moscia”. Per questo quando deve andare a fare la spesa entra in camera della figlia e le sceglie cosa indossare, perché a lasciare far lei si perderebbe solo tempo. Maglia di lana, jeans e camicetta bianca con la lana che pizzica e i capelli che vengono raccolti velocemente in due belle trecce. La loro porta d’ingresso sembra di legno, invece dentro è tutta di ferro e serve a far fessi i ladri mentre le porte delle zie sono sempre spalancate e da lì provengono odori forti di creolina e ragù. Anche quando salutano Stephanie risponde prima Adelina, perché anche a parlare è moscia quella bambina. Ludovico e Gennarino, i suoi cugini, sono sempre in strada e infatti Stephanie li vede correre dietro ad un pallone e non si capacita che loro possano farlo e lei no perché è una femmina, come le spiega la mamma, anche se a ben guardare di femmine che giocano per strada ce ne sono ma sono scugnizze, figlie di quelle mamme che fanno a mazzate sotto il portone. A Stephanie quelle scugnizze piacciono assai, con le loro canottiere corte e la pelle scura che non si capisce se è abbronzata o sporca. Lei però a detta della mamma è troppo piccola per stare in strada e poi il quartiere è pericoloso. Ma allora perché vivono in quel posto se è così pericoloso? Tornate a casa e una volta sistemata la spesa, Adelina si mette alla macchina da cucire per trasformare gli animali morti conciati dal papà nella fabbrica di Solofra in coperte e scendiletto e Stephanie se ne sta sul balcone a guardare giù con la faccia appiccicata alla ringhiera. Si sente come la scimmia dello zoo comunale che dalla gabbia guarda fuori con gli occhi pieni di lacrime, mentre le scugnizze saltano per strada e lei può farlo solo nella sua stanzetta. L’unica bambina con la quale scambia un saluto è quella che abita nel “basso” di fronte, anche lei non può uscire ma da quelle posizioni si mostrano le loro bambole e le sue tre sono una più brutta dell’altra. Mentre fa sfilare la sua Barbie falsa a cui ha dato il nome Patrizia le cade giù e quindi corre a chiedere alla mamma se può scendere a riprenderla. Miracolo, Adelina le dà il premesso di andare solo perché teme che se non fa in fretta la bambola sparisce. Con loro abita anche la nonna paterna, a volte dorme con lei e la sente chiamare in sogno un certo Turiddu come se avesse un gran mal di pancia, di sicuro non si tratta del nonno che invece si chiamava Gennaro. A Stephanie piacciono i libri e studia: glielo ha detto anche la nonna che le parole sono importanti e che per le femmine tutte le cose sono più difficili. “Devi imparare a difenderti. Tu devi sempre tenere il coraggio di parlare, Stephanie” le ha detto. E deve essere così perché sua nonna è Nannina de Gennaro, detta Nannina la Cuntastroppole, la cantastorie. Per alcuni è solo una vecchia pazza, per altri è colei che, grazie ai suoi cunti, i racconti che recitava in cortile con i quali ha fatto ridere e piangere, ha restituito dignità alle madri di famiglia sfiancate dalla miseria e dalla prepotenza degli uomini…

Stefania Spanò, cantastorie, interprete Lis, insegnante di sostegno e conduttrice di laboratori creativi nelle periferie dell’hinterland napoletano e non solo, ci porta con il suo romanzo tra i vicoli e le piazze di una Secondigliano, là dove due generazioni si incontrano e si scontrano ma che hanno come faro l’importanza delle parole e delle storie, che ancora si sentono risuonare. Nannina - che è la nonna paterna dell’autrice a cui si è liberamente ispirata - era davvero una cantastorie, la vita l’ha raccontata, ne ha fatto un “cunto”, l’ha condivisa dapprima per pochi intimi, poi in spazi più grandi, nei cortili dei caseggiati popolari, ai funerali, nelle feste di piazza. Nannina ha raccontato le vite, sua e degli altri ne ha fatto parodia diventando una cantastorie del suo tempo, quello dell’immediato dopoguerra con ancora vivo il ricordo della fame e della miseria ma in contesti assetati di storie. Pertanto nelle intenzioni dell’autrice c’era di sicuro la volontà di far riscoprire le feste e le tradizioni al posto dei soliti racconti di criminalità legati ad un territorio difficile.