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Narciso e Boccadoro

Narciso e Boccadoro

XIV secolo. Il giovane Boccadoro guarda con entusiasmo l’albero di castagno davanti al cancello d’ingresso del convento di Mariabronn e sente il cuore battere forte dall’emozione. Al monastero lo ha accompagnato il padre, un austero impiegato imperiale distinto e laconico, molto diverso dal figlio che è loquace e vivace e si prepara alla carriera teologica. Boccadoro è un bel ragazzo dall’intelligenza acuta, la cui presenza in convento non passa inosservata. Intrattiene buoni rapporti con tutti, tuttavia non riesce a fare amicizia con facilità e in nessuno dei compagni trova l’affinità desiderata. Solo una persona stimola il suo interesse, Narciso. Narciso è un allievo inappuntabile, dalle doti eccezionali, che in poco tempo, dall’inizio del suo noviziato, è stato incaricato come insegnante di greco. Dotto, autorevole, affascinante e ammirato da tutti, non riesce, come Boccadoro, a consolidare rapporti stretti con gli altri, ma in quest’ultimo trova una personalità eccezionale e unica, cosicché tra i due nasce una strana amicizia, molto singolare e spesso calunniata da occhi malevoli. Narciso, con spirito stoico e forte ascetismo, si prepara per la vita monastica, al contrario dell’irrequieto Boccadoro che non ha ancora acquisito la consapevolezza di sé e che sembra nascondere un segreto oscuro. Durante un loro incontro, Narciso, con una sorta di inebriamento filosofico, affronta l’argomento, ma non si accorge della tensione e dell’angoscia crescente; non vede il volto del ragazzo impallidire fino al deliquio. Boccadoro viene soccorso immediatamente e portato in un posto tranquillo a riposare sotto la stretta osservazione di padre Anselmo, esperto in medicina. Narciso ha trovato il dolore profondo dell’amico e lo ha fatto riemergere dall’oscurità, ma da quel giorno Boccadoro è diverso; quando un po’ di tempo dopo l’Abate gli chiederà di uscire fuori dal convento in cerca di erbe medicinali, succederà qualcosa di inaspettato che cambierà il percorso del giovane, tanto da portarlo alla decisione di scappare per sempre dal monastero...

Il vecchio Cimitero degli Innocenti a Parigi, situato dove oggi sorge la “Place Joachim-du-Bellay” era uno dei camposanti più importanti della capitale francese. Noto specialmente per l’ammassamento convulso dei corpi, con i liquidi della putrefazione che fluivano incontrollati e raggiungevano i passanti ignari oltre le mura cimiteriali, alla fine del XVIII secolo venne chiuso, proprio per le pessime condizioni igieniche. I suoi muri di cinta avevano abbracciato, per un breve periodo di tempo, un enorme murale realizzato nel 1424: la raffigurazione più antica della “danza macabra”, consacrato con il nome latino “Chorea macabæorum”. Con il ventre nero per la malattia e i movimenti sinuosi, i morti prendono per mano, indistintamente, uomini e donne di tutti i ranghi sociali e li conducono verso la macabra e inevitabile conclusione della vita. Scheletri danzanti accompagnano alla morte, introdottasi prepotentemente nella quotidianità con la peste, che aveva decimato la popolazione nel 1348 e che diventerà ispirazione per l’arte, la letteratura e la poesia. Hermann Hesse ambienta il suo romanzo in quel periodo del Basso Medioevo e disegna la sua “danza macabra” in modo eccelso, attraverso la storia di Narciso e Boccadoro. Boccadoro è un ragazzo affascinante e intelligente che combatte contro un forte contrasto interiore: da una parte le imposizioni dell’austero padre, che lo conducono alla vita ecclesiastica e dall’altra il desiderio di libertà, profondamente insito in lui ed ereditato dalla madre, donna bellissima e disinibita che lo aveva abbandonato in tenera età. Giunto in convento il ragazzo obbedisce diligentemente alle richieste del padre, ma le sue convinzioni presto si sgretolano per la presenza di Narciso. Narciso è lo spirito reggente, che riconosce subito la vera vocazione del giovane e lo induce a cambiare direzione dopo averlo spinto alla conoscenza di sé. Boccadoro scappa così dal convento e inizia il suo vagabondaggio in giro per il mondo, senza una meta precisa, ma con la consapevolezza che ogni tappa è importante per la ricerca della sua identità. Hesse ha un rapporto profondo ed esclusivo con sé stesso; per questo i suoi romanzi sono “biografie dell’anima” che documentano ogni momento cruciale della sua esistenza, attraverso simboli e profonde riflessioni. In questa storia Narciso forse rappresenta il lato narcisista dello scrittore, lo spirito estremamente colto e impeccabile che fa da guida all’altra metà, diametralmente opposta, impulsiva e infantile, rappresentata da Boccadoro, che, assorbito dal proprio ostinato sé, preferisce errare in totale autonomia e ammaliare con le sue capacità oratorie le belle fanciulle. L’anima e la natura, Narciso e Boccadoro si incontrano; due entità contrapposte ma tanto simili che insieme si compensano e si completano, come una madre e un padre, come la vita e la morte. Lo scrittore racconta con notevolissimo talento la sua poliedrica esistenza, utilizzando l’inconfondibile carattere stilistico che lo contraddistingue, armoniosamente equilibrato, che potrebbe essere paragonato al fluire calmo e leggero di un fiume il quale improvvisamente trasformatosi in ripida cascata può catapultare il lettore in sensazioni inaspettate e straordinarie.