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Nebbia e chiaro di luna

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La notte è nera, profonda, incatramata, al punto che si fatica a vedere anche la guida pochi metri più avanti: se ne percepisce soltanto l’ombra, nero su nero, ed a tratti il respiro. Per fortuna il comandante sa come seguire l’esperto contadino che li condurrà ad un nuovo punto di scontro: sono tutti in fila, prima la guida, poi il comandante, poi gli altri partigiani. I ragazzi-soldato scalpitano, faticano a stare al loro posto: sono fatti di una generosa esuberanza che è il cuore e al tempo stesso la disgrazia della resistenza. La guerra dovrebbero farla gli anziani, hanno più giudizio di questi giovani spavaldi che non sanno proprio stare sdraiati, giù nascosti di fronte alle mitragliate naziste. I soldati partigiani non hanno un campo base ben preciso, vagano nella campagna. Sono stati più di una volta da Jovan, devono tornarci stasera perché un ragazzo è stato ferito: entrano esausti dopo una marcia sotto la pioggia, non è neanche necessario parlare, Jovan già sa. Stavolta è diverso però, perché il ragazzo necessita di cure immediate per poter riprendere a combattere. Lasciata la stanza piena di fumo, Ljuba porta il ragazzo in un’altra camera per occuparsi di lui. Non è facile percepire il colore del suo viso, dal momento che schiuma fango da ogni poro: i capelli sono impiastricciati e gli occhi hanno una velatura di stanchezza. Passata la notte, vanno tutti via: resta soltanto il ragazzo. Riposato e ripulito, il giovane non sembra neanche avere i vent’anni che dichiara: per questo Ljuba lo guarda con tenerezza e curiosità, infatti non le è chiaro perché poi dovrà riprendere la strada del fronte. “Che domanda è!”…

Meša Selimović scrive un breve romanzo di un popolo in guerra, né su, né per, né contro la guerra, ma proprio in guerra: Jovan e Ljuba trascorrono un’esistenza sempre uguale nell’entroterra della Jugoslavia e ospitano, volenti o nolenti, partigiani che attraversano il paese per combattere. La vita si distribuisce fra questi due poli. I partigiani sono giovani ragazzi poco più che ventenni che sanno di dover combattere, non hanno un’alternativa. Ma mentre Jovan subisce quasi infastidito queste visite che si assommano alle disgrazie della guerra, Ljuba vede in quei giovani, ancora appassionati e legati ad un ideale, una speranza per cambiare le sorti della propria vita. Da questi incontri di disillusioni e speranze scaturisce un romanzo stridente ma ficcante, che fugge ad ogni epopea o narrazione alta, per percorrere invece le sorti di personaggi minori, quelli che hanno fatto la storia attraverso la loro resistenza. Del resto si legge: “la vita non è cambiamento, ma persistenza.” La narrazione è franta e suddivisa in rivoli di percezioni che cercano di riprodurre uno stato d’animo collettivo, quello di un popolo nel pieno della Seconda Guerra mondiale: sentimenti personali, amori, problemi, ansie, speranze individuali che si scontrano con un orizzonte più ampio, quello della salvezza di un popolo di fronte all’invasore. Un bel romanzo, con una morale amara, ma anche aperta a disegni di speranza.