Salta al contenuto principale

Nel mare di Elsa

Nel mare di Elsa

È il tempo della delusione quello che vive Elsa Morante nel 1948. Lo scrive chiaramente in una lettera all’amica Maria Valli. Il motivo di tale delusione ha un nome e un cognome: Alberto Moravia. I due si sono conosciuti nel 1936 ed è lei che una sera, tra i tavolini dell’antica birreria Dreher, nel centro di Roma, fa scivolare nelle mani del famoso scrittore le chiavi di casa sua, in un gesto sfrontato che racconta l’intraprendenza di una donna conscia del proprio fascino e decisa a vivere un amore totalizzante. Ma Moravia non è dello stesso avviso. Pur non mettendo mai in discussione l’amore per quella che diventerà sua moglie, è un infedele ed Elsa soffre una profonda gelosia e invidia nei confronti dello status sociale e letterario di Alberto. I due litigano ovunque: per strada, al ristorante e in altri luoghi pubblici. Lei sbraita, si accende come un fiammifero e mostra una rabbia che non è in grado di controllare. Alberto viaggia molto, non disdegna avventure extraconiugali, frequenta la vita mondana della Capitale ma ogni volta torna a casa, dalla moglie. Anche se i rapporti sono sempre più tesi e la trama del loro matrimonio è ormai troppo sfilacciata per tentare ogni tipo di rammendo, Moravia si impegna affinché il romanzo della moglie Menzogna e sortilegio entri nella lista dei candidati al Premio Viareggio. Inoltre la segue, sia dal punto di vista professionale che umano, con premura, come si confà a un marito. Ma ormai è tardi. Elsa non si accontenta più dell’affetto di un amore distratto, che si concede troppe divagazioni sentimentali. D’altra parte Elsa Morante è una donna piena di passione e di furore, la cui intelligenza curiosa la spinge a osservare il mondo con lucidità e disincanto. Con la morte nel cuore si vede costretta a chiudere un matrimonio che la fa sentire sola: ha bisogno di essere riconosciuta ancora come desiderabile. Elsa è alla ricerca dei tumulti del cuore, quelli che la ragione non riesce a controllare. E li trova poco dopo, travolta e divorata da un colpo di fulmine potente nei confronti di Luchino Visconti....

Da una parte lei, donna affamata di vita e mai sconfitta dalla disperazione; dall’altra parte lei, isola fedele e accudente, scrigno prezioso di ricordi e meraviglia. L’incontro tra Elsa Morante – scrittrice tra le più celebri e importanti del dopoguerra – e l’isola di Procida è tanto magico quanto poco noto. Molte sono le biografie che hanno scandagliato la vita dell’autrice romana, ma nessun biografo, fino a questo momento, ha raccontato del rapporto profondo tra Elsa e l’isola che si affaccia sul golfo di Napoli. Tutto ciò che si conosce può essere evinto dalle pagine de L’isola di Arturo – il romanzo con cui la Morante fu la prima donna a vincere il Premio Strega nel 1957 – grazie a una scrittura talmente poetica e intensa da mostrare in tutta la sua pienezza il grande amore nei confronti dell’isola partenopea. In nessun altro luogo la donna è riuscita a trovare quella sensazione di libertà, di conforto e di protezione che ha trovato a Procida. Gea Finelli – collaboratrice de “la Repubblica” edizione di Napoli, di cui segue le pagine culturali – concentra il suo lavoro di ricerca e approfondimento proprio agli anni in cui Elsa frequenta Procida, vale a dire nel periodo compreso tra il 1949 e il 1975. Qual è la ragione di tanto amore nei confronti dell’isoletta affacciata sul golfo? Forse quel che la Morante cerca è un rifugio, un luogo nel quale isolarsi dalle apparenze e da una mondanità che le sta stretta. Forse è alla ricerca di un microcosmo fatto di affetti molto simili a quelli familiari e di un angolo di mondo in cui le sia possibile isolarsi e distaccarsi da tutto ciò che la circonda e che spesso le pesa. Forse nei tramonti dell’isola, nelle sue luci tenui e nel suo ritmo rallentato e quasi pigro, la donna, l’artista, la scrittrice dall’animo tormentato trova la luce che serve a illuminarle l’animo, conscia che lontano da lì, da quel grembo materno di terra e di acqua, non c’è pace alcuna.