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Nel nido dei serpenti

Nel nido dei serpenti

Dicembre 2023. Zerocalcare è a Budapest per un festival di fumetti. Mentre fa i suoi disegnetti di rito, ama chiacchierare con i fan. È Martina, una ragazza che sta facendo l’Erasmus a Budapest, a mostrargli la foto di un neonazista, scattata durante una manifestazione l’anno prima. Ben, il suo ragazzo, di origine siriana, dice di averne sentiti alcuni parlare francese, altri tedesco. E di essere scappato non appena la gente ha iniziato a urlare. Lei ricorda di averglielo detto, di restare chiuso a casa in “quei giorni”: i giorni intorno all’11 febbraio, il “Giorno dell’Onore”, la giornata dedicata a ricordare il tentativo dei soldati tedeschi, nel 1944, di rompere l’assedio dell’Armata rossa. Il gruppo principale che organizza gli eventi è “Legio Hungaria”, un gruppo suprematista bianco antisemita, che nel 2019 ha già preso d’assalto un centro culturale ebraico; le altre sigle che partecipano alla giornata sono ben note nel panorama europeo dell’estrema destra: “Hammerskin”, “Blood & Honour”, “Nordic Resistance”, per citare le più note. Nel centro di Budapest si sono verificate aggressioni a carico di alcuni neonazisti. Tra gli accusati di aver preso parte agli attacchi c’è un’italiana. Si chiama Ilaria Salis, ha 39 anni, è una maestra elementare. È stata messa in isolamento in un carcere ungherese, “senza cambi di vestiti, senza assorbenti, senza contatti con l’esterno. Chiusa in 3 metri quadri. Senza poter parlare con familiari o amici per mesi”, in una cella infestata da cimici e topi. I neonazisti che avrebbe aggredito hanno riportato lesioni giudicate guaribili rispettivamente in 5 e 8 giorni. Il capo di imputazione per cui è accusata parla però di “lesioni in grado di pregiudicare la vita”. E inoltre le è stata contestata l’aggravante di aver agito ispirandosi all’associazione “Hammerbande”, un gruppo protagonista di scontri con i neonazisti in Germania. Le è stato proposto di patteggiare undici anni di carcere. Non ha accettato: ora ne rischia sedici… La storia di Maja T. affonda le sue radici in Germania, tra il 2000 e il 2006, quando si registrano nove omicidi di immigrati; tutti ben integrati nella comunità, tutti uccisi con modalità simili, e, soprattutto, con la stessa arma: una pistola Ceska 83, calibro 7,65. Nessuna rivendicazione. È Michèle Kiesewetter, una giovane agente di polizia, che segue le attività dei neonazisti, ad avere forse qualche sospetto. Ma il 25 aprile 2007 la poliziotta viene uccisa con un colpo di pistola alla testa. La verità emerge solo nel 2011. Il gruppo neonazista “National Sozialistischer Untergrund” viene riconosciuto responsabile degli omicidi, e di un attentato dinamitardo avvenuto a Colonia il 9 giugno 2004. Emerge un’intera rete di supporto che garantiva agli affiliati documenti falsi, armi, denaro, e soprattutto protezione. Gli esecutori materiali dei fatti di sangue sono due uomini, Uwe Mundlos e Uwe Böhnhardt, e una donna, Beate Zschäpe. I due uomini, scoperti, si uccidono. I tre sono nativi di Jena, città dell’ex Germania dell’Est. È la stessa città da cui viene Maja. Ha dieci anni quando emerge la responsabilità dei suoi tre concittadini nella catena di delitti contro gli stranieri. Nei mesi e negli anni successivi Maja assiste al periodico appuntamento che vede fiancheggiatori e militanti del “National Sozialistischer Untergrund” unirsi ad altri gruppi di estrema destra, ogni 11 febbraio, a Budapest, a celebrare il “Giorno dell’Onore”…

“Questa è una storia complicata. Che coinvolge ungheresi, tedeschi e italiani. Ma anche cento altre nazionalità, comunità, orientamenti. È una storia di violenze. Di vittime e di carnefici. E di come si raccontano. Di etica e di moralismi. Di processi veri. E di mostri mediatici. Ma riducendola all’osso […] è una storia di nazisti, di galera e di responsabilità”. L’11 febbraio di ogni anno viene commemorato a Budapest il “Giorno dell’Onore”. Migliaia di neonazisti provenienti da tutta Europa raggiungono la capitale ungherese per ricordare il tentativo dell’esercito del Terzo Reich e dei collaborazionisti ungheresi, nel 1944, di rompere l’assedio di Budapest, circondata dall’Armata rossa. Nel 2023 la manifestazione, che vede i partecipanti indossare uniformi della Wehrmacht e delle SS, risulta ufficialmente vietata, ma i neonazisti si sono comunque dati appuntamento in una zona periferica della città. Oltre ai militanti delle formazioni di estrema destra, arrivano a Budapest anche attivisti di opposto colore politico, molti dei quali riconducibili alla galassia “Antifa”, che danno vita a contromanifestazioni antinaziste. Nei giorni che precedono l’11 febbraio 2023, e in quella stessa giornata, vengono registrate aggressioni ai danni di alcuni estremisti di destra. Diversi militanti di sinistra sono accusati di aver preso parte, a diverso titolo, agli episodi di violenza. Tra questi figurano Ilaria Salis, italiana, e Maja T. di nazionalità tedesca. Ilaria Salis, 39 anni, maestra elementare originaria di Monza, l’11 febbraio 2023 viene arrestata a Budapest con l’accusa di aver aggredito e aver procurato lesioni, con prognosi rispettivamente per 5 e 8 giorni, a tre militanti neonazisti. Si dichiara innocente, rifiuta di patteggiare la pena a 11 anni di reclusione che le viene proposta, viene tradotta in carcere, in attesa di un processo in cui sa di rischiare una condanna fino a 16 anni. A partire dal 12 gennaio 2024 Zerocalcare inizia a tenere sulla rivista “Internazionale” un diario a fumetti dedicato alla vicenda e al processo. Ne denuncia la matrice politica: la foto segnaletica di Ilaria Salis, a poche ore dall’arresto, finisce su un sito neonazista, assieme al suo indirizzo di casa e ad alcuni dati privati; l’autore, recatosi a Budapest per assistere a una delle udienze, è testimone sia del silenzioso - ma evidente - presidio delle aree esterne del tribunale e dell’aula ove si tiene il processo da parte di militanti di organizzazioni neonaziste, che immortalano in foto e in video partecipanti e spettatori, sotto l’occhio quanto meno indifferente delle forze dell’ordine, a riprova di una “permeabilità reciproca” tra la polizia ungherese e i neonazisti; soprattutto, Zerocalcare assiste all’ingresso in aula dell’imputata: scortata con un “guinzaglio”, legato alle manette ai polsi, e con le catene ai piedi. Le storie di quel diario vengono successivamente pubblicate da Momo Edizioni nel volume Questa notte non sarà breve. Rispetto a quest’ultima versione, la storia di Ilaria Salis riportata in Nel nido dei serpenti manca dell’epilogo (Non è risolto niente, pubblicato originariamente su “Internazionale” il 3 giugno 2024), sostituito da una pagina riassuntiva degli eventi successivi all’elezione al Parlamento Europeo (Cos’è successo dopo?). Come è noto, infatti, alle elezioni europee del giugno 2024, Ilaria Salis viene candidata come indipendente nelle liste di Alleanza Verdi Sinistra. Riceve oltre 178.000 preferenze, viene eletta, e dunque rimessa in libertà, in virtù dell’acquisizione dell’immunità parlamentare. Nell’ottobre 2024 i parlamentari afferenti a Fidesz, il partito di Viktor Orbán, all’epoca Primo ministro ungherese, presentano istanza di revoca dell’immunità. Dopo il parere negativo espresso dalla commissione Affari giuridici, il Parlamento europeo conferma l’immunità a scrutinio segreto, con 306 voti contrari alla revoca, 305 favorevoli, 17 astenuti. Il racconto Nel nido dei serpenti riassume la vicenda di Maja T. “Quasi un doppione del caso Salis. Medesimo processo”, scrive Zerocalcare. Maja è attivista e persona non binaria - ovvero non si riconosce nel genere maschile o nel genere femminile - tedesca. L’arresto di Maja avviene in Germania a dicembre 2023. Il 26 giugno dell’anno successivo la Corte distrettuale di Berlino accetta di estradare Maja in Ungheria. Il ricorso d’urgenza presentato dai legali dell’attivista contro l’ordine di estradizione viene accolto nel giro di poche ore, alle 10:50 del mattino successivo, dal Tribunale costituzionale federale tedesco. Ma è troppo tardi. Con una procedura quanto meno irrituale, successivamente giudicata illegittima dalla Corte costituzionale tedesca, nella notte tra il 26 e il 27 giugno, Maja viene consegnata dalla polizia tedesca a quella austriaca, che a sua volta consegna l’attivista alle autorità ungheresi. Nel febbraio 2026 Maja T. viene condannata a 8 anni di carcere. È ancora imprigionata, in isolamento, a Budapest. Zerocalcare, ovvero Michele Rech, classe 1983 divenuto celebre prima con un seguitissimo blog a fumetti, poi con i graphic novel La profezia dell’armadillo, Un polpo alla gola, Dimentica il mio nome, Macerie prime, con i reportage Kobane calling e No sleep till Shengal, si è definitivamente imposto all’attenzione del pubblico firmando le serie a cartoni animati targate Netflix Strappare lungo i bordi, Questo mondo non mi renderà cattivo e Due spicci. Non ha mai fatto mistero del suo attivismo politico, che, assieme alla vena fortemente autobiografica, ad un’ironia graffiante e a riferimenti culturali e mass-mediatici facilmente riconoscibili dai nati tra gli anni Settanta e Ottanta, costituisce la sua cifra stilistica, e che in questa opera risulta elemento preponderante. Qui Zerocalcare non scrive in difesa di Ilaria Salis o di Maja T. Non entra nel merito delle strategie difensive, ma analizza e fotografa la realtà, la situazione ambientale, ne mostra i contorni: allarga l’inquadratura, strategicamente e opportunamente ristretta dalla maggior parte dei media sui singoli episodi. Soprattutto denuncia l’effettiva portata della marea montante di destra estrema che sembra avanzare in gran parte del mondo occidentale, le connivenze, il clima sempre più diffuso di tolleranza e accettazione di quelli che fino a pochi anni fa erano considerati fenomeni circoscritti di violenza, appannaggio di pochi gruppi suprematisti, razzisti, di matrice esplicitamente neofascista o neonazista. Parte dei ricavati della vendita del volume è stata destinata alla campagna “Free All Antifas” (https://freeallantifas.noblogs.org/), finalizzata a fornire supporto legale ed economico alle persone imputate nel processo per i fatti accaduti nel corso del “Giorno dell’Onore” a Budapest nel 2023. Nel nido dei serpenti è anche raccontato in un podcast, disponibile sul sito di “Internazionale” (https://www.internazionale.it/podcast/nel-nido-dei-serpenti). In una recente intervista apparsa su “Il Manifesto”, la giornalista Marta Massa ha chiesto a Maja T. cosa significhi resistenza in questo periodo: “Resistere significa difendere la nostra volontà di vivere, la nostra volontà di condividere e di difendere i nostri spazi, anche se falliamo in questo tentativo […] Per me, la resistenza significa unire le forze, senza togliere nulla agli altri, senza reprimere o sfruttare nessuno, significa non perdere la speranza e rendersi conto che anche le situazioni più difficili possono cambiare”.