Salta al contenuto principale

Nel paese dei viceré

Nel paese dei viceré

Cosa ha significato l’happening di Genova, del luglio 2001, luogo di incontro di “iperminoranze” costituite da una parte dei figli dell’iperconsumo, che dopo aver compreso di essere dalla parte del torto, decisero di abiurare una società democratica istupidita e cambiare le regole del gioco? Quelle minoranze delle minoranze, servendosi del privilegio della coscienza politica – come scrisse Enzensberger nel 1967 –, gettarono il seme per la nascita di una comunità, di un movimento transnazionale, che non si identificarono solo con i vari gruppi che aderirono al Genoa social forum. Genova fu “una tappa importante del processo di mutuo riconoscimento fra i gruppi e gli individui più attenti e inquieti dell’ultima generazione europea”. Purtroppo, il seme della critica globale, dell’universalizzazione dell’azione pratica, fu “un seme piantato sotto la neve” che non germogliò e si inaridì, rimanendo tuttavia uno stimolo…Come si può essere efficacemente non violenti? Quali esperienze (individuali e collettive) possono fungere da modello? Occorrerebbe arginare il machismo antiterrorista di molti intellettuali europei interventisti, come André Glucksmann o Cristopher Hitchens o degli italiani nipoti di D’Annunzio e Papini, e riflettere su cosa origina questa “pulsione di morte”, a livello storico, sociale, economico, culturale, psicologico…Se il berlusconismo, al pari del fascismo, è da considerarsi una forma di “autobiografia della nazione”, di avvilimento della democrazia, un modo di fare politica basato sulla pratica del “parlamentarismo nero”, come spiegare il mistero del suo successo, nel decennio 94-04?

Nelle pagine de Nel Paese dei viceré, saggio articolato in cui emerge netta la lucidità leograndiana, l’autore ragiona su una molteplicità di aspetti di natura politica e sociopolitica. Quali siano le spinte al cambiamento di sistemi occidentali dominati da oligarchie transazionali, dove gli spazi di partecipazione sono eliminati e le diversità sociali e culturali annullate dalla coazione consumistica. Chi siano i protagonisti di questo cambiamento, identificandoli con le componenti minoritarie e più coscienti dello status quo, e dunque anche meno compromesse, del “ceto medio riflessivo”, capaci di “persuadere i loro fratelli e cugini maggioritari”, secondo le parole di Goffredo Fofi, a difendere i concetti di autonomia individuale e democrazia diretta. Quali siano le migliori pratiche del dissenso, come il recupero del filone di pensiero e di azione democratico-liberale, libertario, anarco-socialista, o il rinnovo quotidiano delle forme di disobbedienza civile (rileggendo i testi di Gandhi, Thoreau, King, Arendt). La riflessione si allarga poi alla violenta strategia di soffocamento del neonato movimento per la giusta globalizzazione a Genova, figlia della “cultura fascista” e deviante dei corpi dello Stato, sulla posizione della sinistra italiana (sconfitta alle elezioni del maggio 2001), troppo preoccupata che tali movimenti in crescita potessero incrinare la strategia di opposizione parlamentare al berlusconismo, su ciò che è accaduto dopo Genova, quando il movimento ha provato ad attecchire nella società (e l’esperienza dei social forum cittadini ne fu un esempio). Ma questa controcultura è riuscita nell’intento di creare una rottura generazionale? Interessanti gli appunti sulla non violenza, sull’importanza di non confonderla, quale scelta etica, con il pacifismo inteso come tatticismo politico. Leogrande ragiona sulla non violenza: come scelta imposta dalla necessità, intesa solo come mezzo e non come interpretazione del mondo e ideale di convivenza (benché anche Martin Luther King abbia parlato di necessità), declinata come azionismo, metodo di lotta ovvero forma di disobbedienza civile (con riferimento al movimento per i diritti civili negli Stati Uniti, ai refuseniks israeliani e alla pratica diffusa del “rifiuto selettivo” da loro messa in atto, al movimento spagnolo “¿Basta ya!” nato contro il terrorismo basco). Non meno interessante e approfondita l’analisi dei motivi alla base del sorgere e del successo del Cavaliere. Un fenomeno complesso il berlusconismo, miscuglio di vecchio e nuovo, un fatto sociale-antropologico, prima ancora che politico. Riletto a distanza di anni, il testo di Leogrande acquista il valore di un saggio di storia della politica, le cui riflessioni, ricche di nozioni, tecnicismi e citazioni, aiutano senza dubbio a comprendere meglio ciò che è accaduto in quegli anni e a schiarirsi le idee su concetti di ampio respiro.