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Nel paese delle ultime cose

Nel paese delle ultime cose

Anna Blume approda alla città nel buio della notte dopo una traversata di circa dieci giorni. Nessuna luce ad illuminare la riva che appare avvolta in una fitta oscurità. Anna è spaventata poiché le risulta difficile orientarsi in un “mondo invisibile” ma al tempo stesso è fortemente determinata ad indagare sulla scomparsa del fratello, un reporter incaricato di documentare il degrado del luogo. Non può essere così difficile seguire le tracce di William avendo conservato l’indirizzo del suo ufficio. Eppure la strada è sparita, gli edifici scomparsi, dinanzi a lei solo sassi e macerie. “Queste sono le ultime cose […] A una a una scompaiono e non ritornano più”. In città si impara presto a non dare nulla per scontato, a tenere gli occhi ben aperti, a sopravvivere con il minimo indispensabile. “Ma la gente è insaziabile: la fame è una sventura quotidiana e lo stomaco è un pozzo senza fondo, un buco grande quanto l’universo”. Eventi climatici estremi rendono vana ogni previsione, i venti sono feroci e le piogge spesso fatali. Tutto è malridotto, le costruzioni in rovina divengono grandi cumuli di immondizia che bloccano il passaggio. Governi inconsistenti cadono uno dopo l’altro lasciando un vuoto politico drammatico. Le scuole non esistono più, i bambini si rifiutano di nascere. Vita e morte perdono la loro ciclicità, ormai svuotate di ogni significato. “Poco per volta, la città ti deruba di ogni certezza. Non può mai esservi un percorso fisso e puoi sopravvivere solo se niente ti è necessario”. È fondamentale imparare a leggere i segnali, saper cambiare direzione improvvisamente senza alcuna logica. Solo la morte, talvolta ricercata attivamente, è un’impenetrabile certezza assoluta. Tutte le mattine passano i camion per la raccolta dei cadaveri, che si trovano abbandonati per strada e spogliati di ogni avere. “Qui merda e immondizia sono divenute risorse cruciali”, rifiuti che forniscono la maggior parte di energia producibile. Nel paese delle ultime cose, dove tutto è precipitato, sorprendentemente molto ancora continua ad esistere ma per vivere “devi far morire te stesso”…

Paul Auster, apprezzato scrittore, poeta, saggista, sceneggiatore, attore e produttore cinematografico, è stato un grande esponente del postmodernismo americano. L’impegno politico e civile ha pervaso la sua produzione letteraria aprendo diversi interrogativi sui cambiamenti della società odierna, stimolando inoltre significative riflessioni circa il futuro della condizione umana. Nel Paese delle ultime cose, pubblicato nel 1987, è un romanzo epistolare distopico spaventosamente attuale se letto oggi, a distanza di quasi quarant’anni dalla sua prima pubblicazione. Auster costruisce con dovizia di particolari un mondo devitalizzato. Non è dato sapere cos’abbia effettivamente condotto il paese a vegetare in uno stato di assoluta desolazione. Un luogo ancor più terribile poiché, privo di un contesto storico e una precisa localizzazione geografica, funge da monito significativo rappresentando la rovina di qualunque città che, senza preavviso, rischia di abbandonarsi inerme alla deriva. Un luogo dai labili confini e senza alcuna via di fuga. Una prigione a cielo aperto che inchioda l’uomo alle sue incontestabili responsabilità, oramai incapace di salvarsi risvegliando la coscienza della comunità. La nuova realtà si palesa agli occhi smarriti di Anna Blume, brutale ed intollerabile, resa alla perfezione dall’eccellente penna di Auster. L’autore racconta di un mondo incompatibile con la vita umana, un ambiente inospitale che richiede un miracoloso sforzo di adattamento ai superstiti. Tutti impegnati a resistere, egoisticamente egoriferiti, poiché l’altro diviene il nemico da derubare. L’uomo, vittima del suo stesso consumismo, vive sepolto dai rifiuti raccogliendo spazzatura. Il degrado morale è assoluto nel contemporaneo inferno dantesco che a tratti, con gli angoscianti “Centri di Trasformazione”, ricorda persino i lager nazisti. Questi nuovi dannati, ignari e confusamente segregati nel paese delle ultime cose, scoprono che solo restando umani possono salvarsi dalla completa disgregazione. Una scrittura pungente e schietta, una lettura feroce consigliata a chi ama il genere, un testo profondamente disturbante e riflessivo capace di palesare un incontrovertibile verità: se ogni certezza attorno a noi crolla inesorabilmente, siamo tutto ciò che rimane, gli uni per gli altri. Siamo i distruttori ed anche gli unici riparatori del nostro destino. Siamo capaci di commettere il peggiore dei tradimenti ma anche di offrire un salvifico conforto contro ogni logica di egoistica sopravvivenza.