Salta al contenuto principale

Nella foresta delle metropoli

forestametropoli

A Vienna Vuk Stefanović Karadžić era arrivato nel 1813, come profugo. Fin da ragazzo aveva mostrato uno spiccato interesse per le lingue, ma non avrebbe immaginato di diventare il padre della lingua serba moderna. In realtà fece di più, visto che nella capitale dell’Impero Asburgico, maestosa e cosmopolita, ebbe la fortuna di poter incontrare altri slavi che a Vienna avevano trovato rifugio dall’Impero Ottomano, ovvero i croati Petar Preradović e Jernej Kopitar. Il sodalizio umano ed intellettuale fra serbi e croati porta ad un progetto più ambizioso, quello di codificare e definire una lingua comune a due popoli rivali ma in realtà fratelli, i soli capaci di portare la pace e la prosperità nei Balcani, i soli in grado di riunire sotto un’unica cultura genti di religioni diverse, cattolici, ortodossi e musulmani, di lingue diverse ma affini, di costumi diversi, proprio partendo da questo presupposto linguistico. La storia però ci dice altro: andando a zonzo sul confine serbo-croato, ci si imbatte in un piccolo paesino, Jasenovac, che gli ustascia croati, movimento nazionalista e clerico-fascista appoggiato dai nazisti, fra il 1941 ed il 1945 trasformarono in un campo di concentramento dove vennero raccolti e trucidati comunisti, ebrei, omosessuali, oppositori, serbi. Ma di lì passarono anche le milizie serbe che diedero il loro contributo a far naufragare definitivamente il sogno della grande Jugoslavia, tramontato poi negli anni novanta del XX secolo, che avevano immaginato i giovani linguisti un secolo prima. E lì ancora oggi ci convivono, quasi ignari, serbi e croati che, fra le rovine delle loro case distrutte dal tempo e dalla guerra, seppelliscono i loro defunti in due cimiteri, ortodosso uno e cattolico l’altro, diversi ma vicini, fratelli. Tutti questi nomi ed i loro destini, così come i destini di grandi nazioni, si intrecciano quindi fra la Marokkanergasse e Ungargasse, in quella Vienna nascosta che Karl-Markus Gauss ci permette di apprezzare ancora di più. Vienna, come tante altre piccole città o piccoli borghi che nascondono storie a volte anonime, ma così essenziali…

Non esiste un termine specifico e preciso per poter etichettare il bel libro di Karl-Markus Gauss: lo scrittore, con una sorta di reportage poetico, colto e raffinato grazie anche alla bella traduzione di Fabrizio Cambi, purtroppo scomparso prima di vedere l’edizione a stampa, ci fa viaggiare nella storia dell’Europa attraverso micro-racconti ricchi di curiosità. Con le sue storie, Gauss traccia un percorso culturale che si apre a rinvenimenti e scoperte che spingono il lettore ad attraversare le pagine del suo libro con lo stesso stupore con cui lo scrittore rinviene le sue narrazioni. Piccoli particolari di Siena, di Belgrado, di Napoli, di Bucarest si intrecciano con storie di personaggi, più o meno noti, più o meno importanti, ma soprattutto con la loro umanità e con le loro idee, i loro sogni, le loro recondite aspirazioni, o semplicemente con delle smorfie anonime, come quelle di un olandese a Beune, tanto impercettibili, quanto indicative della storia degli uomini e della stessa umanità. Si tratta di un libro aperto, senza un’apparente trama, senza una conclusione. Un libro che può essere letto in modo lineare o discontinuo, perché legato insieme dal filo conduttore dello stupore e della scoperta.