Salta al contenuto principale

Nella mia stanza

Nella mia stanza

Nella sua stanza passano tutti i maschi omosessuali del quartiere, perché il quartiere è quel ghetto in cui gli omosessuali possono trascorrere tranquillamente la loro vita: a parte qualche visita familiare e la spesa, nel quartiere un omosessuale trova tutto, dall’amore al piacere, dal sesso alla droga. I locali sono sempre gli stessi: il Queen, il Transfert, il Folies Pigalle sono i luoghi di ritrovo di un popolo perduto, che si dedica a pratiche sessuali che rischiano di essere routinarie: frustini, bondage, strani e voluttuosi incastri. Quentin è disinteressato, scatta sempre come una molla, lo provoca: non si può vivere con questa continua pressione addosso. Terrier è carino, ma beve come una spugna: certo, ha il suo fascino, ma alla fine è quasi volgare stare con lui. Serge è stracarino e quasi si vergogna della sua bellezza ed è anche molto diffidente: sa bene che è l’oggetto dell’attenzione di molti, se non tutti, per le dimensioni del suo sesso. Fa nulla che è fidanzato: col suo compagno c’è un patto, basta che lo dia e basta, ma non lo deve prendere. Poi arriva Stéphane: non è di Parigi, non è abituato a quel continuo passaggio da un corpo all’altro. E Stéphane inoltre ha un lavoro, non come Guillaume che da qualche tempo percepisce la disoccupazione, può svegliarsi al pomeriggio e impegnare la giornata in palestra, a scegliere il vestito e per la discoteca. Stéphane è diverso, è il compagno dei fine settimana, ma ha qualcosa che permette a Guillaume di placare la sua sete di avventure continue, almeno per un po’…

Pseudonimo di William Gilles Olivier Baranès, Guillaume Dustan è autore e protagonista di un romanzo di rottura con la letteratura tradizionale. Baranès è magistrato, giudice amministrativo, con brillante carriera, molto attivo sessualmente: decide di mollare tutto e dedicarsi alla scrittura quando nel 1989 scopre di essere sieropositivo e fa di più, perché non solo scrive, ma fonda una collana di romanzi erotici omosessuali. Fino al momento della sua morte, nel 2005, a soli 40 anni. In quegli anni l’HIV era l’indicatore di una vita fin troppo allegra ed incosciente: giovani omosessuali si dedicavano alla ricerca del piacere, non solo sessuale, lasciandosi guidare da ogni tipo di droga e di alcol, abbandonandosi ad ogni tipo di dissolutezza, non per il gusto di trasgredire, ma per l’ingenuità della scoperta. La notte è un vortice concentrico di alcol ed eccessi, per cancellare la segregazione della giornata, la sua ipocrisia, i suoi limiti benpensanti. Scoperta la sua sieropositività, Baranès smette i panni dell’avvocato per vestire quelli di Dustan, personaggio dolce, cattivo, forte e disperato allo stesso tempo: dalle sue cronache emerge un ottundimento per una ricerca spasmodica di normalità differente da quella degli altri. C’è una frenetica corsa alla dissoluzione: tuttavia il piacere non è nei gesti stessi, ma nella libertà di poterli raccontare, con sfrontatezza, con genuina e smaccata sincerità. Perché l’amore, e più dell’amore il sesso, è il centro di tutto, non c’è nulla di male a dirlo e raccontarlo. Il libro è volgare e pornografico, ma l’ostentata volgarità e la plastica pornografia, a volte fastidiosa ed eccessiva, l’assenza di compiacimento e la ripetitività di quei gesti sono la cifra stilistica che lo trasforma in un oggetto interessante e non voyeuristico, quasi un trattato sociologico privato di ogni asetticità.