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Nella quiete del tempo

Nella quiete del tempo

Michał sta lavorando al suo mulino quando due soldati dello zar a cavallo si avvicinano. “Nu, est’ u nas sjurpriz” gli dicono, hanno una sorpresa per lui. È così che Michał viene arruolato dai russi per combattere in una guerra lontana, la Prima guerra mondiale. Lascia Prawiek, lascia il mulino, lascia Genowefa. Genowefa rimane sola, con il dispiacere di non aver fatto in tempo a dire a Michał di essere rimasta incinta. Da Genowefa nasce Misia, e Misia cresce guardando il mulino che in principio le sembra un “enorme masso senza un inizio e una fine”, ma poi, crescendo, lo percepisce “in maniera diversa – con l’intelletto”. Ma il tempo non scorre solo per la famiglia di Michał. La guerra finisce, Michał fa ritorno a Prawiek, e Spighetta, la matta del villaggio, partorisce una bambina avuta con il selvaggio uomo cattivo. Nella stessa notte Genowefa partorisce Izydor, convincendosi che abbiano scambiato i due bambini alla nascita. Poi sarà Misia ad avere dei figli, e passeranno gli anni, il 1929, 1936 e poi il ‘39 e il ‘43 e allora è il tempo di Ivan Mutka, il tenente dell’Armata rossa che occupa la casa di Misia mentre cerca di cacciare i tedeschi dalla Polonia. Così tutto il villaggio si rifugia nei boschi. Per mesi attendono che il fronte vada oltre Prawiek, attendono che il tempo del mondo esterno faccia il suo corso e passi oltre il villaggio…

Come raccontare il Novecento? Molti scrittori hanno provato a farlo, forse perché questo secolo è così vicino o forse perché è un secolo atroce, un secolo con una qualità tutta sua, pieno di spettri con cui stiamo ancora facendo i conti. Olga Tokarczuk, vincitrice del premio Nobel per la letteratura nel 2018, lo racconta in Nella quiete del tempo, pubblicato per la prima volta in Polonia nel 1996. Un libro che si concentra interamente sulla storia di Prawiek, villaggio immaginario immerso nei boschi della Polonia, raccontato attraverso i personaggi che ci vivono o ci passano per andarsene. La storia del mondo al di fuori del villaggio assume una qualità particolare, rarefatta, fino quasi a sembrare illusoria, facendosi strada attraverso i confini ai margini del bosco. Le tante voci che prendono la parola proiettano una visione del mondo mutevole: a volte a parlare sono i personaggi principali, a volte sono gli oggetti, a volte sono spettri; a tratti la pagina si fa mitologica, mistica, religiosa, animista, o brutalmente reale. Così la storia del mondo si trasforma in un tempo puro e inesorabile in cui si sentono gli echi mistici dei labirinti borgesiani, la partecipazione simbolista di una natura faulkneriana, e le grida dei gironi dell’inferno dantesco. Tutto questo è racchiuso in una storia che si stratifica sui personaggi, che sono indissolubilmente legati alla storia di Prawiek, un luogo, o un mondo, al margine della realtà che nasce, cresce e muore in un “processo impetuoso come una valanga, irreversibile, autogeno e meravigliosamente efficace”.